Restore Hope e il caso Ilaria Alpi

L'ombra oscura della crisi somala

Dal 9 dicembre 1992 al 4 maggio 1993, a seguito della Risoluzione ONU 794, la comunità internazionale decise di intervenire in Somalia per risolvere la guerra civile scoppiata dopo la deposizione del dittatore Siad Barre. Gli Stati Uniti, su invito ONU, inviarono nel paese 25.000 militari. La missione prendeva il nome di Restore Hope (letteralmente "riportare la pace").

Assieme alle truppe USA, parteciparono molte altre nazioni, tra cui l'Italia con la missione nominata Ibis. Rostore Hope fu uno degli ultimi atti di Bush "padre", e aveva come scopo di rendere sicure le strade per permettere agli aiuti umanitari di raggiungere le popolazioni locali. Una volta nominato presidente, Bill Clinton confermò la presenza statunitense in Somalia, ma diminuì il numero di sodlati che passarono nel giugno 1993 a 1.200 unità.

In breve lo scenario cambiò. Il 5 giugno del 1993, 24 soldati pachistani furono uccisi mentre ispezionavano un deposito di armi. Sia il governo di Islamabad che la comunità internazionale dichiararono il signore della guerra, Mohammed Farah Aidid, responsabile dell'omicidio. Dal 12 al 16 giugno, truppe USA e Onu attaccarono Mogadiscio per stanare Aidid e i suoi. La situazione divenne sempre più tesa, tanto che 4 giornalisti internazionali, giunti nella capitale per documentare gli scontri, furono picchiati a morte dalla folla inferocita.

Tutto precipitò quando 8 militari statunitensi vennero uccisi da una mina detonata da ribelli somali. Washington decise di inviare in Somalia il corpo speciale dei Rangers. Il 29 agosto 1993, la Task Force Rangers, composta da 440 truppe speciali comandate dal generale William Garrison raggiunse Mogadiscio. La battaglia di Mogadiscio fu la più grave sconfitta subita dagli Stati Uniti dai tempi del Vietnam, in cui morirono 18 soldati americani e migliaia di somali, episodio riportato anche nel famoso film di Ridley Scott, Black Hawk Down. In risposta il 7 Ottobre 1993, Clinton ritirò le truppe dalla Somalia e nella primavera del 1994 furono costrette a lasciare il paese anche molte organizzazioni umanitarie.

Anche la missione italiana in Somalia, denominata Ibis partita il 13 Dicembre 1992 e conclusa il 21 marzo 1994, condotta dai parà della Folgore guidati dal Generale di Divisione Giampiero Rossi, non brillò per efficienza. I compiti assegnati dall'Onu agli italiani erano molteplici: garantire la sicurezza dei convogli che portavano aiuti, bonificare il territorio e sequestrare armi, ma un'ombra oscura pesa sulla presenza italiana in Somalia (dove persero la vita 11 militari). Alcuni soldati italiani, infatti, furono accusati di torture e violenze sui somali.
A distanza di anni, un'inchiesta indagò sugli abusi dei soldati italiani in Somalia. Il maresciallo della Folgore, Valerio Ercole, nel 1997, subì un processo per aver praticato la tortura, ma fu assolto dalla Corte d’Appello di Firenze, per prescrizione. La difesa degli altri militari processati fu motivata dalla brutalità della situazione in cui erano costretti ad operare.

In uno scenario complesso, un paese piombato nel caos, in cui la presenza straniera non veniva vista di buon occhio, si consumò l’omicidio di Ilaria Alpi, inviata del TG3, e del cameraman Miran Hrovatin. La giovane giornalista era arrivata a Mogadiscio qualche mese prima per riportare gli eventi che stavano insanguinando la Somalia, ma l'omicidio pose fine alle indagini della Alpi. Anche sul suo caso è stata fatta poca chiarezza. Nel 2006, la Commissione parlamentare d'Inchiesta presieduta dall’avvocato e ex parlamentare Carlo Taormina ha dichiarato che l'omicidio scaturì da un fallito tentativo di rapimento, motivato da un presunto risentimento da parte di estremisti somali nei confronti del popolo italiano.

Eppure nel corso degli anni, le inchieste portate avanti dalla magistratura sembravano condurre altrove. In particolare, gli inquirenti avevano sospettato del presidente della Shifco, unica flotta battente bandiera somala, ufficialmente dedita alla pesca e al commercio di prodotti ittici provenienti dal Corno d'Africa, su cui la giornalista stava indagando per un presunto traffico d’armi e di rifiuti tossici. A rendere più fosco l'omicidio, fu la sparizione subito dopo la morte della Alpi, del suo block notes, delle videocassette registrate e del body anatomy report redatto dalla compagnia Brown Root di Huston.

Quest'ultimo fu ritrovato anni dopo, come dichiara Francesco Neri, ex pm della procura circondariale di Reggio Calabria, durante una perquisizione fatta tra i documenti di un indagato per il traffico di rifiuti che sarebbero stati affondati al largo di Bosaso in Somalia (l’oggetto appunto dell’indagine giornalistica della Alpi sulla Cooperazione). Dopo molteplici udienze e controverse dichiarazioni, c'è un colpevole: un giovane somalo, Hashi Omar Hassan, condannato definitivamente a 26 anni di reclusione in quanto membro del commando di sette persone che tesero l’agguato, anche se (è ormai accertato) lui non sparò. Degli altri membri del commando non si hanno notizie, e soprattutto, se viene confermata la decisione della Commissione Parlamentare, non c'è un mandante.

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