La guerra in Vietnam

Tra le pagine più oscure d'America

La guerra in Vietnam fu la più rovinosa combattuta dagli Stati Uniti dopo il Secondo Conflitto Mondiale. Negli scontri tra il 1964 e il 1972 persero la vita 58.226 soldati americani (dichiarati Missing in Action, compresi i dispersi o i militari catturati dall'esercito nemico) e ne vennero feriti 153.303. L'esercito statunitense giunse nella regione asiatica all'inizio degli anni '60, quando John Fitzgerald Kennedy inviò le prime truppe, continuando la politica estera del suo predecessore, Eisenhower.

In quegli anni, infatti, gli Stati Uniti erano impegnati a combattere il comunismo su tutti i fronti, sia interno che internazionale. La crisi in Vietnam iniziò il 2 settembre 1945, quando i ribelli Vietminh, guidati da Ho Chi Minh e aiutati dalla Repubblica Popolare Cinese e dall'Unione Sovietica, proclamarono la nascita della Repubblica Democratica di Vietnam nella zona settentrionale di quella che era la colonia francese d'Indocina.

A partire dal 1946, la Francia, sostenuta dagli Stati Uniti cercò di sconfiggere i ribelli Vietminh, ma il conflitto si concluse solo otto anni dopo. Il 27 aprile 1954 si aprì la Conferenza di Ginevra, in cui la Francia e gli stati alleati riconobbero l'integrità territoriale e la sovranità dell'Indocina.

In base ai trattati firmati a Ginevra, il Vietnam fu diviso in due regioni lungo il 17° parallelo. Il Vietnam del Nord, nel quale venne riconosciuta una repubblica democratica guidata da Ho Chi Minh (con capitale Hanoi), sotto l'influenza sovietica; e il Vietnam del Sud, affidato al cattolico Ngo Dinh Diem (con capitale Saigon, sotto il controllo statunitense). La prima guerra d'Indocina (1946-1952) costò 40.000 vite tra militari morti, dispersi e vittime civili. Nonostante gli accordi di Ginevra, la situazione nella penisola asiatica divenne sempre più instabile.

Il Vietnam del Sud, stato a prevalenza buddista, era guidato da un cattolico e i ribelli del Fronte Nazionale per la liberazione del Sud Vietnam (National Front for the Liberation of South Vietnam), conosciuti anche come VietCong, facevano sempre più proseliti. D'altro canto, il Vietnam del Nord, filosovietico, era una costante minaccia alla presenza statunitense nella regione.

Alla morte di Kennedy, il suo vice, Lyndon Johnson il 27 luglio 1964 decise di aumentare la presenza americana in Vietnam. I primi bombardamenti iniziarono 4 giorni dopo. L'8 marzo dell'anno seguente sbarcarono in Vietnam del Sud 3.500 marines. Nel 1967 in Vietnam erano schierati 429.000 militari statunitensi. Nel 1968, fu eletto presidente degli Stati Uniti il repubblicano Richard Nixon. La politica del nuovo presidente mirava ad un lento disimpegno, dopo aver rafforzato gradualmente l'esercito sudvietnamita, di modo che potesse combattere la guerra da solo.

Nel frattempo, lo sforzo diplomatico statunitense ruotò attorno al tentativo di indebolire l'alleanza tra Vietnam del Nord, URSS e Cina e il loro conseguente appoggio ai VietCong.Il 16 marzo 1968 rappresenta una delle pagine più oscure e brutali della storia statunitense. Il 48° Battaglione della fanteria, nell'ambito dell'operazione Tet che prevedeva un inasprimento degli scontri in Vietnam del Sud, giunse nel villaggio di My Lai.

Secondo le informazioni militari, gli abitanti del villaggio avrebbero offerto ospitalità ai ribelli del Fronte Nazionale per la Liberazione del Sud Vietnam. Ma all'arrivo, il battaglione non incontrò alcuna resistenza. Anzi, il villaggio era popolato per lo più da donne e bambini, disarmati. Sotto ordine del Colonnello Oran K. Henderson, il battaglione rase al suolo il villaggio, bruciando le case, uccidendo ogni forma di vita, dagli abitanti del villaggio al bestiame. Il massacro di My Lai passò sotto silenzio fino a quando il giornalista Seymour Hersh, per questo vincitore del prestigioso premio Pulitzer, nel 1969 riuscì a svelare quanto accaduto l'anno prima in Vietnam.

Il bilancio era atroce. In un solo giorno la fanteria uccise dai 347 ai 504 civili (le stime sul numero esatto delle vittime sono imprecise, e oscillano tra le stime statunitensi, 347, a quelle del governo vietnamita, 504). Così come giungevano sempre più notizie dal Vietnam, così crebbe l'opposizione interna alla guerra, spingendo il governo di Washington a diminuire la presenza militare nella regione. Lo scandalo Watergate fece precipitare la popolarità di Nixon che si vide costretto, tra il 1971 e il 1972, ad ordinare il ritiro di quasi tutte le truppe statunitensi. Verso la fine del 1972, la presenza militare statunitense contava meno di 27.000 unità.

Nel frattempo, la diplomazia pressò per ottenere una serie di accordi di pace che furono siglati a Parigi il 27 gennaio 1973. Il 29 marzo dello stesso anno fu ordinato a tutti i soldati americani di abbandonare il Vietnam. Ma la guerra era ormai persa. Subito dopo l'uscita di scena delle truppe statunitensi, l'esercito nordvietnamita attaccò il sud. Nonostante Nixon si fosse impegnato con il governo di Saigon di intervenire in caso di una ennesima escalation militare, da Washington non giunse nessun aiuto a difendere il Sud Vietnam.

Anzi, il 94° Congresso votò per un taglio totale a tutti gli aiuti a partire dal 1° luglio 1975. Quello stesso anno l'esercito del nord invase il Vietnam del Sud, conquistò Saigon, ribattezzandola Città Ho Chi Min, in onore del primo presidente nord vietnamita, morto nel 1969. Il Vietnam del Sud fu annesso al Vietnam del Nord il 2 luglio 1976, per formare la Repubblica Socialista del Vietnam. Ancora tutt'ora il Vietnam è un repubblica socialista, e solo dopo vent'anni, un presidente statunitense ha visitato il paese: Bill Clinton il 10 luglio 1995. Il numero di morti complessivi della guerra in Vietnam risulta piuttosto difficile da stabilire. Molte registrazioni furono cancellate all'arrivo dell'esercito nordvietnamita. Ma soprattutto i corpi di morti civili e militari furono distrutti dai violenti bombardamenti. Secondo quanto reso pubblico il 3 aprile 1995 dal governo vietnamita, nella guerra vennero uccisi circa 5 milioni di persone, di cui un milione di militari e 4 milioni di civili.

L'opposizione alla guerra in Vietnam segnò uno dei maggiori momenti di rottura non solo all'interno della società statunitense. Le proteste cominciarono nel 1965 con il suicidio del trentunenne Norman Morrison che si diede fuoco il 2 novembre davanti al Pentagono. Seguito dal gesto analogo del ventiduenne Roger Allen LaPorte a New York. Ma la prima manifestazione capace di mobilitare centinaia di migliaia di persone fu la Moratorium to End the War in Vietnam, organizzata in tutto il paese il 15 ottobre 1969.

Il massacro di MyLai aggravò le posizioni del governo agli occhi dell'opinione pubblica. Nel 1970, gli scontri tra manifestanti e poliziotti divennero ancora più violenti. In occasione dell'invasione statunitense della Cambogia (paese confinante col Vietnam che rischiava di entrare nell'orbita sovietica), scoppiarono manifestazioni in tutto il paese. Ma nell'Università di Kent, nell'Ohio le proteste si trasformarono in una strage. Il 4 maggio 1970 la guardia Nazionale dell'Ohio sparò sulla folla uccidendo 4 studenti e ferendone 9, di cui uno rimasto paralizzato.

Approfondimenti

  • Il massacro di My Lai

    Il massacro del villaggio di My Lai costituisce una della pagine più drammatiche della guerra in Vietnam che dal 1964 al 1972 vide impegnati gli Stati Uniti contro i ribelli Vietcong. Il 16 marzo 1968 il 48° Battaglione della fanteria statunitense giunse nel villaggio di My Lai nel sud del Vietnam.

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  • La risposta pacifista alla guerra in Vietnam

    L'opposizione alla guerra in Vietnam segnò uno dei maggiori momenti di rottura all'interno della società degli Stati Uniti. Le manifestazioni contro la guerra cominciarono nel 1965 con il suicidio del trentunenne quacchero Norman Morrison, il 2 novembre, per protesta si diede fuoco davanti all'ufficio del Segretario per la Difesa, Robert McNamara, al Pentagono. Sette giorni dopo, il ventiduenne Roger...»

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