Lo scandalo Watergate

La crisi della democrazia americana

L'America dei primi anni '70 attraversò uno dei periodi più complessi e oscuri della sua storia. Mentre impazzava la guerra in Vietnam e le proteste pacifiste si facevano sempre più imponenti, il presidente Repubblicano Richard Nixon coinvolto nello scandalo Watergate, l'8 agosto 1974, fu costretto ad annunciare le dimissioni.

Lo scandalo prende il nome dal complesso alberghiero Watergate di Washington, quartier generale del Comitato Nazionale Democratico (in inglese, Democratic National Committee, DNC). Il 17 giugno 1972, la guardia di sicurezza del Watergate, Frank Wills, notò che alcune porte interne erano coperte da pezzi di nastro. Insospettito, Willis chiamò la polizia di Washington che, 40 minuti dopo, alle 2:30 di notte, arrestò 5 uomini che erano entrati nel quartier generale del DNC.

I cinque uomini erano Virgilio González, Bernard Barker, James W. McCord, Jr. (pseudonimo per Edward Martin), Eugenio Martínez e Frank Sturgis. Due de quali esuli cubani che avevano partecipato alla fallita invasione di Cuba, conosciuta come la Baia dei Porci. Martin, invece, era un agente CIA in pensione da due anni. Tutti si dichiararono "anti-comunisti". Nei giorni seguenti furono arrestati altri 2 uomini, E. Howard Hunt, Jr. e G. Gordon Liddy.

Il 15 settembre del 1972 il Grand Jury (la massima autorità giudiziaria americana) accusò i sette di cospirazione, scasso e violazione delle leggi federali sull'intercettazione telefonica. Il giorno in cui furono scoperti, i sette uomini erano tornato negli uffici del DNC per riparare le cimici che non funzionavano. Oggetto della cospirazione era il democratico Larry O'Brien, segretario del DNC e lobbista a Washington per conto del miliardario aviatore Howard Hughes (famoso anche per essere stato interpretato da Leonardo de Caprio nel film The Aviator).

In seguito alle indiscrezioni trapelate, già dal finire del 1971, il fratello del presidente, Donald Nixon, stava sorvegliando O'Brien per paura che quest'ultimo potesse venire a conoscenza di informazioni private sul presidente proprio attraverso Hughes. L'America aveva cominciato a respirare già dal 13 giugno 1971 l'aria di cospirazione. In quel periodo quotidiani autorevoli come il New York Times, prima, e il Washington Post, poi, avevano cominciato a pubblicare alcuni Documenti del Pentagono (Pentagon Papers), in cui erano inseriti una serie di documenti segreti del Ministero della Difesa sulla guerra in Vietnam e il alcuni dossier riguardanti avversari politici del presidente (il cosiddetto "libro nero di Nixon").

Secondo quanto ricostruito in seguito dai giornalisti del Post, a partire dal 24 luglio 1971, la Casa Bianca aveva dato vita ad una speciale unità investigativa, chiamata in modo informale Plumbers Unit (l'"unità idraulica") per impedire la fuoriuscita (per questo i suoi componenti venivano chiamati idraulici) di notizie top secret. Il 9 settembre 1971, i Plumbers avevano svaligiato lo studio di Daniel Ellsberg, ex analista del Pentagono, che aveva fornito ai media i famigerati Pentagon Papers.

Ma sul libro nero di Nixon pare ci fossero molti personaggi che orbitavano attorno al partito democratico, tra i quali anche attori come Jane Fonda, Barbra Streisand e Paul Newman. Ancora una volta Hollywood era finita nel mirino della politica. Sia i Plumbers che i 7 uomini arrestati al Watergate Hotel erano finanziati dal Comitato per rieleggere il Presidente (Committee to Re-elect the President, CRP o CREEP, in particolare quest'ultimo acronimo suona come il verbo to creep, strisciare) che si occupava del fund raising per la rielezione del presidente Nixon.

Gli investigatori cominciarono a scavare nei conti dei sette arrestati e scoprirono che 25.000 degli 89.000 dollari raccolti per la campagna di Nixon erano stati spostati sul conto di un'azienda di Miami appartenente allo scassinatore Bernard Barker. Il 29 settembre 1972, il Washington Post pubblicò un articolo in cui accusava il procuratore generale degli Stati Uniti, John Mitchell di controllare i fondi del partito repubblicano per finanziare azioni di intelligence contro i democratici.

Nonostante le accuse della stampa e i sospetti portassero sempre più alla Casa Bianca, Nixon fu rieletto presidente il 6 novembre 1972. Con una larghissima maggioranza (votarono per lui il 60% degli americani), Nixon sconfisse il candidato democratico George McGovern, senatore del Sud Dakota. Pochi mesi dopo, però, l'inchiesta cominciò a mietere vittime eccellenti. Furono accusati di aver collaborato all'operazione Watergate anche G. Gordon Liddy e James W. McCord Jr, ex assistenti del presidente.

Nel frattempo, altri importanti collaboratori come H.R. Haldeman e John Ehrlichman e il procuratore generale Richard Kleindienst furono costretti, dallo stesso presidente, a rassegnare le loro dimissioni. Il 17 maggio 1973 si aprirono le udienze della Commissione del Senato sul Watergate (Senate Watergate Committee), una speciale commissione bipartisan composta da membri del senato degli Stati Uniti. A presiedere la Commissione furono designati un sentore Democratico, Sam Dash, e uno Repubblicano, Fred Thompson, mentre lo stesso Nixon nominò come procuratore speciale un suo "uomo" Elliot Richardson. Richardson, su ordine del presidente, nominò Archibald Cox come consigliere indipendente del Ministero della Giustizia. I lavori della Commissione si chiusero il 27 giugno 1974 con un report di 1.250 pagine intitolato Rapporto sulle Attività legate alla Campagna Presidenziale (Report on Presidential Campaign Activities).

Il 13 giugno 1973 venne fatto per la prima volta il nome del presidente. Secondo quanto affermato dall'ex segretario, Alexander Butterfield alla Commissione, Nixon sin dal 1971 aveva registrato ogni conversazione tenutasi nel suo ufficio, comprese quelle telefoniche. A poco meno di un anno dallo scandalo, le indagini stavano portando direttamente all'Ufficio Ovale (lo studio del presidente, chiamato così proprio perché ha forma ovale).

Il 23 luglio 1973, Nixon si rifiutò di consegnare alla Commissione e al procuratore speciale i nastri su cui erano state registrate le conversazioni nel suo studio. Appellandosi al concetto di privilegio dell'esecutivo (riservato al presidente e ai membri dell'esecutivo che possono rifiutarsi di rispondere a tutte le richieste del potere giudiziario), Nixon consegnò soltanto alcune trascrizioni dei nastri. In risposta alla richiesta delle registrazioni, Nixon, il 20 ottobre 1973, eliminò la figura di procuratore speciale e ordinò a Richardson di licenziare Archibald Cox. Il procuratore generale Richardson rifiutò di eseguire gli ordini del presidente e si dimise. L'episodio viene ricordato come il Saturday Night Massacre (il massacro del sabato sera).

Sempre più sotto pressione, il presidente fu costretto a consegnare alcuni dei nastri originali e 1.200 pagine di trascrizioni, definendo di importanza nazionale gli originali che per questo dovevano rimanere nella Casa Bianca. Intanto Nixon continuava a dichiararsi estraneo alla vicenda, tanto che in un incontro con i giornalisti, il 17 novembre 1973, il presidente disse: "I'm not a crook" ("non sono un criminale"). Nella consegna delle registrazioni, però la Casa Bianca precisò che, nei primi due nastri, 2 conversazioni non erano state registrate e ad una terzo mancavano 8 ore e ½, inavvertitamente cancellate dalla segretaria di Nixon, Rose Mary Woods.

Secondo quanto riferito dal capo dello staff di Nixon, Alexander Haig, una possibilità era che "delle forze sinistre" avessero cancellato parte delle registrazioni. Secondo la testimonianza della Woods, invece, le conversazioni erano state cancellate per caso. Mentre la Woods stava trascrivendo una conversazione, il 1° ottobre 1973, squillò il telefono e anziché premere il tasto stop del registratore, la segretaria di Nixon premette quello di registrazione, sovrascrivendo il nastro con la sua voce.

Come prova dell'incidente, la Woods simulò la posizione tenuta per cancellare il nastro originale. Il vecchio registratore Uher 500, infatti, funzionava solo se si manteneva premuto il pedale. La posizione della Woods durante la telefonata sembrava piuttosto acrobatica, dato che il telefono era alle spalle della scrivania dove, invece, era disposto il giostratore. Per aver cancellato la registrazione, la Woods avrebbe dovuto rimanere stesa tutta la durata della telefonata, con la cornetta in mano e il piede premuto sul pedale del registratore. Quando fece una dimostrazione alla Commissione, i media lo definirono come il Rose Mary Stretch (lo stiramento di Rose Mary).

Il 24 luglio 1974, la Corte Suprema, all'unanimità, ordinò a Nixon di consegnare le registrazioni delle restanti 64 conversazioni, respingendo ogni forma di immunità. Intanto il 27 luglio la Commissione Watergate intraprese l'iter che avrebbe portato all'impeachment, cioè la sfiducia del presidente e la conseguente richiesta di dimissioni. L'8 agosto 1974, prima di essere sfiduciato, Nixon rassegnò le dimissioni (il primo presidente nella storia americana). Gerald Ford, il suo vice, prese il suo posto. Dopo un mese Ford perdonò Nixon, concedendogli la grazia per ogni crimine comesso in qualità di presidente degli Stati Uniti.

Lo scandalo Watergate non fu solo una delle pagine più oscure della storia democratica in USA, ma portò a galla gli intrighi, le cospirazioni e molti dei segreti della Casa Bianca. Il clima politico e le notizie che giungevano dal Vietnam incrinarono la fiducia americana nella democrazia. La figura del presidente stesso usciva a pezzi: il sistema politico che, per primo, doveva garantire libertà e diritti mostrava le sue crepe. Proprio colui che doveva essere il massimo garante di tale sistema aveva tradito i suoi cittadini.

Molti dei soldi utilizzati da Nixon per costituire la Plumbers Unit e spiare la sede dei democratici provenivano dalle donazioni private di ignari sostenitori del partito Repubblicano. Per comprendere quanto Watergate abbia inciso nella società americana, basta considerare l'uso linguistico del suffisso -gate, (che richiama il nome del complesso alberghiero di Washington, anche se come sintagma gate in inglese vuol dire "cancello" "accesso"), ormai sinonimo di scandalo, come testimonia il termine Sex-gate, usato per indicare lo scandalo sessuale che travolse Bill Clinton. Lo stesso che in Italia è successo con –poli, che dopo Tangentopoli ha perso il suo significato originario (da polis, città in greco antico) per divenire sinonimo di "scandalo" (Vallettopoli, Calciopoli).

Per approfondire5 Held in Plot to Bug Democrats' Office Here, l'articolo del 18 giugno 1972 pubblicato dal Washington Post sullo scandalo Watergate.

[Nell'immagine: L'8 agosto 1974 il presidente Richard Nixon dovette rassegnare le dimissioni a causa dello scandalo Watergate]

Watergate e i media

A partire dal 18 maggio 1973, le principali televisioni americane cominciarono a trasmettere le sedute della Commissione del Senato Watergate. Durante la prima settimana, gli americani non diedero troppo peso alla messa in onda delle sedute della commissione, ma in breve tempo lo scandalo Watergate fu un enorme successo di pubblico. I maggiori network televisivi, CBS, NBC e ABC coprirono a rotazione ogni seduta della Commissione, per un totale di 319 ore di trasmissioni, seguite, almeno una volta, dall'85% delle famiglie americane. Molte delle notizie che fecero scoppiare lo scandalo furono scoperte e rese pubbliche da due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, che a partire da giugno 1972 si occuparono della vicenda. Del resto, i media ricoprirono un ruolo fondamentale nella vicenda. Così come era successo negli anni caldi della guerra in Vietnam, con il massacro di MyLai, la carta stampata e la televisione non solo agitarono le coscienze dell'opinione pubblica, ma investigarono per far venire a galla tra le pagine più oscure della politica americana.

God Bless America

La famosa frase con cui molti presidenti Americani sono soliti chiudere i loro discorsi pubblici, God Bless America ("che Dio benedica l'America") fu pronunciata per la prima volta da Richard Nixon il 30 aprile 1973.

Nel pieno dello scandalo Watergate, il presidente tenne uno dei discorsi più intensi di tutto il suo mandato.

"God bless America" poteva suonare come un segno di disfatta, come richiesta dell'intervento divino.

Eppure, a distanza di tempo, l'invocazione divenne leit motiv della politica statunitense, anche se né Gerald Ford, il suo successore, né Jimmy Carter, presidente dal 1977 al 1981, seguirono l'esempio di oratoria di Nixon.

Nel 1980, Ronald Reagan, all'epoca candidato per le elezioni presidenziali, riprese la famosa frase durante la Convention Repubblicana, trasformandola in un vero e proprio slogan.

Dalla sua elezione agli anni dell'Amministrazione Bush (senior) nei 129 discorsi pubblici più importanti, God Bless America fu usata ben 49 volte.

L'invocazione divina negli anni è stata usata poche volte in passato, come riporta il Time, da Roosevelt a Carter solo il 30% delle volte è stato fatto uso di frasi retoriche che alludessero all'intervento divino nella politica americana.

Diversamente, Reagan e George W. Bush (junior) hanno chiuso il 90% dei loro discorsi con una richiesta di intervento divino. Seguono Clinton e G. H. W. Bush con l'89% e l'84% rispettivamente.

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