La prima guerra in Afghanistan

Dalla Guerra Fredda all’ascesa dei Talebani

Il 25 dicembre 1979 l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan, per sostenere il governo comunista del Partito Democratico del Popolo Afgano contro i ribelli Mujaheddin, sostenuti dagli integralisti islamici, tra cui si annoverava un giovane saudita, Osama Bin Laden. Le radici della guerra risalivano a quando il governo del riformista Mohammed Daoud Khan venne deposto nell'aprile del 1978 da un gruppo di ufficiali guidati seguaci del Partito Democratico del Popolo Afgano (PDPA).

Nur Muhammad Taraki, leader di uno delle maggiori fazioni marxiste-lieniniste, il partito Khalq (letteralmente, "masse"), divenne capo dell'Afghanistan. Il 14 settembre 1979, il primo ministro Hafizullah Amin prese il potere dopo che un attentato uccise Taraki. La politica di quest'ultimo si era attirata soprattutto l'odio da parte degli integralisti islamici. Il PDPA, partito socialista filo-comunista, infatti, aveva intrapreso un programma di riforme, in cui i servizi sociali erano statalizzati, le donne guadagnavano il diritto di voto e venivano abrogate le leggi tradizionali e i tribunali tribali.

Gli uomini furono obbligati a tagliarsi la barba, le donne non potevano indossare il burqa, mentre le scuole furono aperte anche alle studentesse. Lo stato, inoltre, si impegnò ad impedire i matrimoni combinati, in cui le bambine erano oggetto di scambio economico. Ma le riforme del PDPA ebbero uno scarso seguito popolare. Il nuovo governo decise di stringere legami con l'Unione Sovietica, riducendo ogni forma di opposizione, in particolare quella dell'altro partito marxista, il Parcham (letteralmente, "bandiera") guidato da Babrak Karmal. Con la morte di Taraki la situazione divenne incandescente. Le tribù musulmane insorsero contro il governo. Le insurrezioni e la rivalità interna al PDPA spinsero l'URSS ad intervenire in Afghanistan.

Il 25 dicembre 1979, un contingente sovietico di 30.000 truppe si diresse a Kabul, al fine di sostenere lo stato alleato. La guerra si trasformò presto in un pantano. Circa 100.000 soldati sovietici che controllavano le maggiori città afgane, ma i Mujaheddin (combattenti islamici) giravano indisturbati per la campagna.

I sovietici cercarono di eliminare il sostegno popolare ai Mujaheddin bombardando le aree rurali, spingendo la popolazione ad abbandonare la campagna. La strategia sovietica fu un insuccesso. I Mujaheddin riuscirono a sconfiggere i sovietici utilizzando le armi fornite dagli Stati Uniti.

La qualità delle loro armi e l'organizzazione militare, infatti, crebbe gradualmente, grazie all'esperienza e la qualità delle armi inviate dagli Stati Uniti e altri paesi via Pakistan. Nel marzo del 1985, salì al potere in URSS Mikhail Gorbaciov. E il 20 luglio 1987 fu annunciato il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan. In compenso nel 1982, 2,8 milioni di afgani chiesero asilo politico in Pakistan e 1,5 scapparono in Iran.

A novembre 1986, l'ex capo dei Servizi segreti afgani (KHAD) Mohammad Najibullah fu eletto presidente. Il 14 aprile 1988, USA, Pakistan, Afghanistan e URSS firmarono a Ginevra un accordo per il ritiro delle truppe sovietiche dal paese orientale che avvenne solo un anno dopo. Nonostante la politica di Najibullah mirasse ad una riconciliazione nazionale, l'autorità filo sovietica di Kabul non divenne mai a popolare né riuscì a convincere i ribelli a negoziare il cessate il fuoco.

Il ritiro sovietico, infatti, coincise con l'inasprirsi della guerra civile. I Mujaheddin sferrarono uno estenuante attacco al governo di Najibullah che dovette capitolare nel 1992. In quegli anni, infatti, l'Unione Sovietica si sgretolò definitivamente, rifiutando ogni aiuto all'ex alleato afgano. Nel 1996, con la definitiva presa di Kabul da parte dei Talebani (l'ormai famoso gruppo islamico fondamentalista), Najibullah, che aveva vissuto in prigione per 4 anni, fu impiccato assieme a suo fratello.

[Nell'immagine: Steve McCurry, la profuga afgana Sharbat Gula. La foto è apparsa sulla copertina del National Geographic nel 1985.]

Le olimpiadi di Mosca del 1980

Nel 1980, i giochi olimpici si tennero a Mosca. Le olimpiadi di quell'anno saranno ricordate per aver subito il più imponente boicottaggio della storia dei Giochi. In seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan, gli Stati Uniti e altri 67 paesi alleati (eccetto Francia, Italia e Svezia) decisero di boicottare le Olimpiadi. Il governo britannico boicottò i giochi, ma gli atleti andarono lo stesso a Mosca, anche senza la benedizione del primo ministro, Margaret Thatcher. Saranno le Olimpiadi di Seul del 1988 a veder gareggiare per la prima volta, dopo il 1976, Stati Uniti e Unione Sovietica nei stessi giochi.

Le vittime

Dopo la fine del conflitto, l'Unione Sovietica pubblicò le stime dei soldati morti in Afghanistan. In media ogni anno erano morti 1.537 soldati, per un totale di 14.427, di cui 576 agenti del KKB (i servizi segreti russi). Durante il conflitto 5 milioni di afgani lasciarono il paese, mentre altri 2 milioni di profughi persero le loro case. Negli anni '80, infatti, un rifugiato su due veniva dal paese asiatico. Tra le conseguenze più drammatiche del conflitto fu la presenza su tutto il territorio di mine antiuomo che uccisero 25.000 afgani. Ma si stima ci siano ancora tra i 10-15 milioni di mine in tutto il territorio.

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