La Seconda Guerra in Afghanistan

Il primo passo della guerra al terrore

In seguito ai tragici attentati dell'11 settembre 2001, Stati Uniti e Gran Bretagna decisero di invadere l'Afghanistan, dove il regime islamico integralista dei Talebani, accusato di sostenere la rete terroristica internazionale al-Qaeda, offriva ospitalità al miliardario saudita Osama Bin Laden, comparso sulla scena internazionale durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan.

Nonostante i dinieghi da parte del governo di Kabul, e il video di Bin Laden in cui negava ogni responsabilità per gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, il 7 ottobre 2001, le truppe anglo-americane cominciarono a bombardare il territorio afgano. L'intervento militare prese il nome di Enduring Freedom ("libertà permanente"). Scopo dell'operazione era rovesciare il regime talebano ed eliminare, oltre a Bin Laden, anche Mullah Mohammed Omar, capo del regime afgano, accusato di sostenere e proteggere le attività del miliardario saudita.

Secondo le informazioni dei servizi segreti americani, Bin Laden avrebbe spostato la sorella maggiore di Mullah Omar che, a sua volta, avrebbe preso la sorella del saudita come quarta moglie. Sebbene Mullah Omar non fosse mai apparso pubblicamente, nascosto nella città di Kandahar, roccaforte del regime e nessun giornalista occidentale l'avesse mai intervistato, per Washington era lui il vero leader dei Talebani.

Due mesi dopo gli attentati, nel novembre 2001, le milizie statunitensi ritrovarono in una casa abbandonata di Jalalabad, in Afghanistan, una videocassetta in cui Bin Laden parlava con il connazionale Khaled al-Harbi, anche lui accusato di far parte al-Qaeda, dell'attentato alle Torri Gemelle del quale Bin Laden era a conoscenza da molto tempo prima.

Il video, diffuso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti il 13 dicembre 2001, doveva costituire una prova inconfutabile del coinvolgimento del saudita negli attentati dell'11 settembre. Al tempo stesso, l'amministrazione Bush si vide travolta da una miriade di critiche, una fra tutte riguardava il momento della registrazione. Il video, infatti, doveva essere stato realizzato nei pressi di Jalalabad nella metà del mese di novembre, proprio mentre i caccia americani bombardavano la città.

Il 9 novembre, le truppe anglo-americane entrarono sul suolo afgano. In solo 4 giorni giunsero a Kabul, la capitale, ma le forze Talebani avevano già abbandonato la città. Secondo le informazioni dei servizi segreti, circa 2.000 membri di al-Qaeda e del regime, tra cui forse anche lo stesso Bin Laden, si raggrupparono nelle caverne delle montagne di Tora Bora, a 50 chilometri Jalalabad, nella parte orientale del paese. Il 16 novembre l'aviazione statunitense iniziò a bombardare la zona.

Le operazioni di terra iniziarono dopo pochi giorni e proseguirono fino al 17 dicembre, senza però riuscire a scovare né Bin Laden, né i suoi sostenitori. Sempre a dicembre, l'esercito anglo-americano conquistò Kandahar, roccaforte del Mullah Omar, senza però riuscire a catturarlo (pare sia riuscito a scappare in sella ad una motocicletta).

In poco tempo tutte le maggiori città afgane erano cadute in mano agli americani, grazie anche all'aiuto di Ahmid Kharzai, attuale presidente afgano, che con un esercito di 3.000 uomini collaborò alla presa di Kandahar. A partire dalla fine del 2001, la diplomazia internazionale cominciò a lavorare per creare un governo ad interim che avrebbe condotto l'Afghanistan verso uno stato di democrazia. Gli incontri (ai quali non parteciparono i Talebani) si tennero a Bonn in Germania, da quale nacque il nuovo governo guidato da Ahmid Kharzai.

L'opinione pubblica statunitense, nell'ottobre 2001, era nettamente favorevole all'intervento militare in Afghanistan. I sondaggi indicarono che circa l'88% degli Americani sosteneva la guerra contro il 10% sfavorevole. Col passare del tempo, a causa dei ripetuti attentati suicidi contro l'esercito internazionale e la mancata cattura del nemico numero uno di Washington, la popolarità della guerra diminuì, anche se la maggioranza degli americani (il 65%) nel 2006 riteneva che l'amministrazione Bush avesse preso la decisioni giusta, contro il 29% degli americani in disaccordo con la politica estera del presidente.

Subito dopo i primi attacchi del contingente anglo-inglese, anche altre forze militari "occidentali" raggiunsero il paese nel tentativo di mantenere una certa stabilità e formare un esercito locale in grado di poter fronteggiare le costanti ribellioni da parte dei Talebani. Il 14 novembre 2001, l'ONU condannò i talebani "per avere permesso che l'Afghanistan venisse usato come base per l'esportazione del terrorismo attraverso la rete al-Qaeda e altri gruppi terroristici e per aver garantito sicuro asilo a Osama Bin Laden, al-Qaeda e altri loro associati, e in questo contesto supporto alla popolazione afgana per rimpiazzare il regime talebano".

Dal 20 dicembre, poco tempo dopo la presa di Kabul, anche le Nazioni Unite inviarono un contingente internazionale, International Security Assistance Force, per assicurare gli aiuti alimentari e mantenere la stabilità nella regione. Il contingente ONU attualmente è composto di circa 28.000 soldati, di cui 11.800 americani, 6.000 britannici, 2.700 tedeschi, 2.500 canadesi, 2.000 italiani, 2.000 olandesi e 975 francesi.

Il calcolo delle vittime civili in Afghanistan è molto difficile. Molti hanno criticato la conta dei cadaveri fatta dal governo statunitense, falsata per motivi propagandistici. Di certo, parlare dell'Afghanistan significa riferirsi ad un paese martoriato che, nel 2001, usciva da solo 5 anni da un conflitto iniziato nel 1979 (l'invasione sovietica, prima, e la guerra civile dei talebani contro il governo di Najibullah, poi). Secondo quanto riportato nel Dossier on Civilian Victims of United States' Aerial Bombing, redatto da Marc W. Herold, professore dell'Università del New Hampshire, e aggiornato al 2004, durante i bombardamenti statunitensi furono uccisi tra i 3.700 e i 5.000 civili.

Soltanto tra giugno 2003 e luglio 2004, morirono 1.563-1.989 persone (tra militari afgani e americani, civili e talebani). Fino ad ora, come riportato dal Washington Post, i militari statunitensi morti in Afghanistan sono 493. Ciò che però risulta disastrosa è la situazione umanitaria in cui vessa la popolazione afgana. Le stime parlano di 1 milione e mezzo di persone che soffrono la fame e circa 7 milioni i (più del 20% della popolazione che, secondo le stime del 2007, conta 32 milioni di abitanti) che vivono in condizioni disagiate a causa degli sconvolgimenti politici e militari degli ultimi anni.

[Nell'immagine: Una delle ultime "apparizioni televisive" di Bin Laden trasmesse dalla televisione del Qatar Al- Jazeera]

Lo scontro di civiltà

Con l'ascesa al potere dei Talebani, nel 1996, in Afghanistan era stata imposta la Sharia (la legge islamica), nella sua forma più estrema. Le maggiori vittime del regime erano le donne, obbligate a indossare il burqa (nella tradizione araba, niqab, abito femminile che copre l'intera figura), alle quali venivano precluse la scuola e lavoro. Nel marzo 2001, inoltre, il regime di Kabul era diventato famoso per aver distrutto i Buddha di Bamiyan, due enormi statue raffiguranti il Buddha risalenti al 500 d.C. L'occidente inorridì di fronte alla barbarie e l'arretratezza del paese asiatico. La guerra al terrore, iniziata dall'amministrazione Bush, cominciò a cambiare i suoi connotati. L'Afghanistan, così lontano e "diverso", appariva come un altro mondo, dove gli americani, simbolo del progresso occidentale, erano sbarcati per riportare la civiltà. Il rischio era che la guerra al terrore portasse ad un pericoloso "scontro di civiltà". In seguito ai primi bombardamenti americani, infatti, i Talebani accusarono gli States di condurre una "crociata" contro l'Islam, ribadendo la loro estraneità agli attentati dell'11 settembre. Intanto, le critiche all'amministrazione Bush divenivano sempre più insistenti, soprattutto dopo la mancata cattura di Osama Bin Laden. Quella che emotivamente era stata percepita come la risposta d'orgoglio dell'America, si è trasformata in una guerra senza confini contro un nemico "invisibile", nascosto tra gli aridi altopiani di un paese sconosciuto. Ma da un punto di vista mediatico, la violenza e l'integralismo religioso del regime talebano sono state sfruttate a pieno per giustificare la presenza occidentale.

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