Chiudere Guantanamo?

La Corte Suprema USA riaccende le speranze

Ieri, la Corte Suprema degli Stati Uniti, massima autorità giudiziaria del paese, ha deciso che i detenuti del carcere di Guantanamo, sospettati di terrorismo internazionale, potranno essere processati da una corte ordinaria e non da quella marziale.

Secondo quanto stabilito dalla Corte, i prigionieri di Guantanamo possono godere del diritto di habeas corpus.

Nel sistema statunitense, basato sulla common law, tale status giuridico (mutuato direttamente dal latino, dove habeas corpus significa "che tu abbia il corpo") rappresenta l'ordine emesso da un giudice di portare un prigioniero al proprio cospetto. Habeas corpus è un diritto che difende ogni persona dall'arresto illegittimo.

Diritto, finora, negato ai detenuti del carcere speciale, il cui status, secondo quanto deciso dall'amministrazione Bush è molto simile a quello dei prigionieri di guerra.

Del resto, il carcere di Guantanamo è nell'occhio del ciclone sin dalla sua apertura, per lo status giuridico dei suoi "ospiti" ma, soprattutto, per le dure condizioni in cui questi vengono tenuti. Condanne, infatti, sono piovute non solo dalle associazioni umanitarie, come Amnesty Iternational o Human Right Watch, ma anche dall'ONU e da vari membri della Unione Europea.

I primi detenuti arrivarono nel gennaio del 2002, poco dopo l'inizio delle operazioni militari in Afghanistan. Accusati di appartenere alla rete terroristica islamica che fa capo ad Al-Qaeda, o di essere Talebani, i prigionieri di Guantanamo sono stati considerati dagli Stati Uniti come prigionieri militari, per i quali l'amministrazione Bush ha istituito dei tribunali speciali.

La sentenza della Corte Suprema è giunta a Washington come un "fulmine a ciel sereno". Impegnato nel suo viaggio in Europa, il presidente Bush ha dichiarato che si atterrà alla decisione, ma valuterà la possibilità di rispondere alla sentenza della Corte con una nuova legge.

In supporto alle parole del Presidente, da Tokyo il Procuratore Generale, Michael Mukasey, intervenendo in un meeting con i ministri giapponesi, ha dichiarato di essere contrario alla decisione della Corte, e che tale decisione non fermerà i processi militari ai detenuti. In tal senso, il Pentagono ha fatto sapere che prevede di portare avanti 80 processi per i 270 detenuti di Guantanamo.

Jonathan Hafetz difensore dei detenuti di Guantanamo presso il Centro per la Giustizia Brennan di New York, difende la sentenza, sottolineando che "Lo status di habeas non è un foglio di via dal carcere. Ma garantisce un processo giusto e indipendente per decidere chi deve e chi non deve rimanere in carcere".

Ma la questione si rivela essere una spina nel fianco soprattutto per i candidati alle prossime elezioni presidenziali che vedono il Senatore Democratico dell'Illinois, Barack Obama contro il Senatore Repubblicano dell'Arizona e veterano della guerra in Vietnam, John McCain.

La questione, infatti, è proprio riuscire a far coincidere le libertà individuali con la necessità di sicurezza in un mondo post-11 settembre. Ma come sottolinea Anthony Kennedy, membro della Corte, "la libertà e la sicurezza possono conciliarsi; e nel nostro sistema questo accade all'interno della legge" ("Liberty and security can be reconciled; and in our system they are reconciled within the framework of the law").

La sentenza di ieri ha sicuramente riacceso le speranze di chi, come alcune associazioni umanitarie, spera nella chiusura del carcere. Matthew Waxman, ex ufficiale per il Dipartimento della Difesa incaricato di occuparsi dei prigionieri, ha affermato: "Se Guantanamo esiste per i detenuti che non possono essere giudicati dalle corti statunitensi ordinarie, la sentenza mette in discussione la sua stessa esistenza". ("To the extent that Guantánamo exists to hold detainees beyond the reach of U.S. courts, this blows a hole in its reason for being")

Milena Cannavacciuolo

[Nell'immagine: Le porte di Guantanamo si aprirono l’11 gennaio 2002]

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