La rivolta dei Boxer

Nazionalismo cinese contro ingerenza straniera

Nella Cina di fine ottocento la presenza straniera era diventata sempre più motivo di risentimento per gran parte della popolazione. Dopo le rovinose guerre dell'oppio, contro Gran Bretagna e Francia, dopo l'aspro conflitto contro il Giappone, la potenza dell'impero cinese andava sgretolandosi sempre più. Le dogane erano in mano straniera. Così come la Manciuria, Hong Kong, Taiwan, l'Indocina. Nelle regioni orientali dello Hebei-Shandong, a sud di Pechino e Tianjin, cominciarono a fiorire una serie di società segrete accomunate dallo stesso odio per la presenza straniera.

Particolare seguito ottenne la Società del Pugilato Giusto e Armonioso (Yihequan), conosciuta in Europa come Boxer, laddove il termine inglese (con diretto riferimento allo sport praticato in occidente) rappresentava una semplificazione di una ben più complessa dottrina cinese. I Boxer rifiutavano l'uso delle armi da fuoco, ma praticavano il pugilato e le arti marziali come disciplina per poter affrontare il nemico, convinti che i loro amuleti e la boxe li avrebbero resi invincibili alle pallottole. Il movimento faceva proseliti negli strati più bassi della popolazione, soprattutto tra contadini e barcaioli, vittime dell'inevitabile processo di industrializzazione che, in quegli anni, stava permeando anche la società e l'economia cinese.

Motivati da un fortissimo sentimento nazionalistico, i Boxer erano per di più avversi ai sovrani Qing, mancesi, sottomessi ai "demoni stranieri", incapaci di reagire di fronte all'avanzata di russi, giapponesi e europei desiderosi di sfruttare le ricchezze della Cina e del suo popolo. Nemici giurati dei Boxer, però, erano anche i missionari cristiani, simbolo di quel mondo esterno che cercava, spesso con la veemenza e l'arroganza di certi predicatori, di penetrare nella vita cinese.

Uno dei motti rivoluzionari, infatti, era "i cristiani insidiano l'universo". L'odio non risparmiava nemmeno i cinesi convertiti al cristianesimo (che esso fosse di stampo cattolico, protestante o ortodosso). Si stima, infatti, che nelle varie zone dove dilagò la rivolta i Boxer avessero ucciso 48 missionari cattolici, 18.000 cattolici cinesi, 222 cinesi ortodossi, 182 missionari protestanti e 500 cinesi protestanti.

Il tutto cominciò nel marzo 1898, in risposta all'occupazione tedesca della regione orientale dello Qingdao e l'insediamento britannico nella città commerciale di Weihai. La prima rivolta guidata dai Boxer scoppiò in un villaggio dello Shandong. La scintilla fu la disputa circa la proprietà di un vecchio tempio, conteso da cattolici e popolazione locale. Quando le autorità cinesi assegnarono il tempio ai missionari, gli abitanti del villaggio attaccarono l'edificio. La rivolta allarmò le autorità europee di Pechino che, facendo pressione sul governo cinese, ottennero un editto imperiale attraverso il quale venivano ufficializzati tutti gli ordini della Chiesa di Roma. In questo modo i cattolici ottenevano molto più potere, tanto da poter contrastare quello dei Mandarini. Come diretta conseguenza, le proteste contro i cristiani dilagarono in tutta la regione, tanto che nel giugno 1900, le potenze occidentali organizzarono a Tianjin, importante città nella zona nord orientale a ridosso dello Shandong, una contingente di circa 2.000 uomini, comandata dall'ammiraglio inglese Seymour, il quale aveva il compito di garantire la sicurezza dei residenti stranieri nella città.

Le rivolte in breve raggiunsero anche la capitale. Il 13 giugno dello stesso anno, alcuni gruppi di combattenti Boxer entrarono a Pechino, congiungendosi con i ribelli che si erano già organizzati nella città. La sera stessa i Boxer incendiarono le chiese e uccisero i cristiani lì riuniti. Ma non era solo la città imperiale a bruciare, i ribelli erano entrati anche a Tianjin, in Mongolia, nelle zone confinanti dello Shanxi e in altre zone del Nord-Est. La risposta de parte del governo cinese fu debole e ambigua, tanto che i rappresentati delle potenze straniere ordinarono a Seymour di raggiungere Pechino.

Tutto ruotò attorno all'imperatrice Cixi, la quale non oppose alcuna vera resistenza contro i Boxer, anzi, alcuni storici ritengono che la Corte avesse in qualche modo sfruttato, o addirittura favorito, l'insurrezione per allontanare dal paese l'ingombrante presenza straniera. Da un lato, infatti, Cixi cercò di placare la situazione, implorando il corpo diplomatico di fermare la marcia delle truppe di Seymour, per impedire il degenerare delle rivolte, garantendo alle delegazioni internazionali la protezione delle truppe imperiali, dall'altro, inviò i propri emissari per convincere i Boxer a porre fine alla rivolta. I tentativi dell'imperatrice, però, risultarono vani. Non ricevendo più notizie da Seymour, le navi europee attraccate nel golfo di Bohai assediarono i forti cinesi nei pressi di Tianjin. In risposta, l'esercito cinese si schierò compatto contro gli stranieri, tanto che le truppe imperiali sbarrarono la strada a Seymour e lo costrinsero a rientrare. Intanto a Pechino la situazione precipitò.

L'imperatrice invitò il corpo diplomatico a lasciare la capitale, garantendo loro la sicurezza fino a Tianjin. Ma la mattina del 20 giugno, i rivoltosi, anche qui sostenuti dall'esercito, raggiunsero la sede della diplomazia tedesca, dove uccisero il capo della delegazione Clemens August Freiherr von Ketteler. Il 21 giugno Cixi proclamò la guerra contro le potenze europee, Stati Uniti e Giappone. Assediato nella capitale, il corpo diplomatico internazionale, composto da 473 civili, per circa due mesi resistette grazie all'aiuto di 451 guardie straniere (i famosi 55 giorni a Pechino, tanto raccontati dal cinema hollywoodiano). Mentre dall'altra parte della città proibita, nella cattedrale cattolica di Beitang, Monsignore Alphonse Favier, vicario apostolico di Pechino, assieme a 3.000 membri della comunità cristiana cinese, riuscì a resistere grazie all'aiuto di soli 43 marinai francesi e italiani.

Una così lunga resistenza fu possibile soprattutto grazie alla politica di Ronglu, consigliere di Cixi, che aveva il comando supremo di tutte le forze armate della Cina settentrionale, il quale rifiutò l'uso dell'artiglieria, convinto che un'escalation avrebbe solo peggiorato la già fragile posizione dell'imperatrice. I diplomatici cinesi negli stati europei, infatti, assicurarono che le sorti delle delegazioni non dipendeva dalla volontà dell'imperatrice, ma dai Boxer, di cui anche quest'ultima era prigioniera. La strategia ambigua di Pechino non scongiurò un duro intervento armato a cui presero parte 6 nazioni europee, Russia, Gran Bretagna, Francia, Italia, Austria e Germania, più Stati Uniti e Giappone.

La coalizione prese il nome di Alleanza delle Otto Nazioni e fu guidata dal maresciallo tedesco Alfred Graf von Waldersee. Ai primi di agosto del 1900, i 16.000 uomini della coalizione giunsero a Tianjing e il 14 entrarono a Pechino, liberando il corpo diplomatico e i cinesi asserragliati nella cattedrale di Beitang. Nel frattempo, travestita da contadina l'imperatrice Cixi, assieme alla famiglia reale, riuscì a fuggire e raggiungere la città di Xi'an nel centro della Cina. Una volta fermata, negò ogni coinvolgimento nella presa di Pechino, cercando di addossare ogni colpa ai Boxer. La fase più tragica della guerra, però, fu proprio l'entrata nella città proibita delle truppe occidentali, le quali devastarono la capitale, saccheggiandola, distruggendo i palazzi reali e massacrando la popolazione accusata di aver appoggiato i Boxer (in tutta la Cina furono giustiziati 50.000 persone).

In seguito alla pesante sconfitta, l'imperatrice fu costretta a firmare il cosiddetto Protocollo dei Boxer con cui la Cina divenne una pedina nelle mani delle nazioni vincitrici. Oltre ad una pesante indennità (450 milioni di tael, circa 333 milioni di dollari americani), la Cina fu obbligata a concedere tutte le dogane agli occidentali dalle quali potevano riscuotere direttamente i tributi. Il quartiere delle Legazioni a Pechino fu ampliato. L'ingresso, interdetto ai cinesi, era costantemente presieduto dalle truppe straniere, così come altri 12 punti sulle vie d'accesso da Pechino al mare.

La repressione nei confronti dei Boxer fu durissima. Ma ormai la disfatta cinese era totale. Ormai l'impero aveva i giorni contati. Dopo solo 11 anni, infatti, sarebbe crollato sotto il peso dell'ennesima, ma risolutiva, insurrezione che avrebbe portato alla nascita della Repubblica. Il movimento dei Boxer lasciò una traccia importante nella storia cinese. La risposta popolare all'ingerenza straniera divenne motivo di orgoglio per un paese che cercava riscatto dopo le umiliazioni subite nel corso del XIX secolo. La Cina, il cui nome vuol dire "Terra di Mezzo" da intendersi proprio come il centro del globo, con la sua storia millenaria, fiera della sua tradizionale supremazia sulle nazioni confinanti si ritrovava sottomessa dai "barbari" occidentali. In questo contesto, i Boxer divennero dei veri e propri eroi nazionali. La rivolta dei Boxer è ancora tutt'ora oggetto di critiche da ambo le parti. Il primo ottobre 2000, papa Giovanni Paolo II proclamò santi i 120 martiri cattolici uccisi dai Boxer, innescando una serie di aspre polemiche tra Vaticano e Cina.

[Nell'immagine: Foto dell'epoca che ritrae un Boxer]

Gli Unni e il pericolo giallo

La rivolta dei Boxer rappresentò una forma ante litteram di "scontro di civiltà". In tutto l'occidente, infatti, si cominciò a parlare dei cinesi del "pericolo giallo", così chiamati dall'imperatore di Prussia e Germania, Guglielmo II. Mentre i tedeschi si "guadagnarono" l'appellativo di Unni (con riferimento alle spietate tribù germaniche guidate da Attila). Grazie soprattutto alla dichiarazione dello stesso Guglielmo II: "Non fate prigionieri... il nome della Germania dovrà diventare famoso come quello di Attila, che nessun cinese osi più guardare negli occhi un tedesco…"

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