Il dibattito politico di fine ottocento

La Cina tra modernizzazione e tradizioni

Sul finire del XIX secolo, la dinastia Qing era sull'orlo di un precipizio che avrebbe portato alla rivoluzione del 1912 e alla conseguente proclamazione della Repubblica cinese. Le conseguenze del declino cinese avevano costretto Pechino a cedere ai Russi la Manciuria, ai Francesi l'Indocina (l'attuale Vietnam), ai britannici Hong Kong e altri importanti scali commerciali del sud, ai giapponesi il controllo della Corea e Taiwan, e ai tedeschi i porti del nordest.

Il dibattito politico – A partire dalla prima sconfitta contro le potenze occidentali durante la guerra dell'oppio, gli intellettuali cinesi si interrogarono proprio su come la Terra di Mezzo poteva risollevarsi dalle sue ceneri. Il primo fu Wei Yuan, consigliere di corte, che a partire dal 1842, sostenne un adeguamento militare e tecnologico della Cina alle moderne nazioni occidentali, anche se in nessun modo intendeva mettere in discussione la dinastia imperiale cinese, con le sue tradizioni e la sue peculiari strutture politico-amministrative.

Un altro intellettuale, Li Hongzhang, sosteneva invece che i "barbari" occidentali andavano imitati non solo nello sviluppo tecnologico, ma anche in quello economico. Bisognava, quindi, favorire la nascita di un'economia orientata al profitto, come quella europea o statunitense, sostenuta dalla creazione di un'adeguata rete ferroviaria.

Il dibattito divenne sempre più acceso, dopo che lo scoppio della guerra contro il Giappone, acerrimo nemico di sempre, per il controllo della Corea. La disfatta dell'esercito cinese mise a nudo la profonda crisi della dinastia imperiale, facendo della Cina facile bersaglio dell'imperialismo nipponico e occidentale. In risposta alla debolezza di Pechino, nacquero i primi movimenti nazionalisti come quello dei Boxer, gruppo di rivoluzionari che, sul finire del XIX secolo cercò di cacciare gli stranieri dal paese.

Poco prima che la rivolta dei Boxer dilagasse in tutto il paese, gli intellettuali di corte spinsero l'imperatore Guangxu a introdurre una serie di riforme per far fronte alla crisi. Nel 1898, grazie al lavoro di Kang Youwei, Liang Qichao, e Tan Sitong, l'imperatore promulgò un programma chiamato "Cento giorni di riforme" attraverso il quale introdurre un sistema economico moderno di tipo capitalista, ma soprattutto trasformare la Cina da impero, ancora sostenuto da una struttura di tipo feudale, in monarchia costituzionale. Nonostante l'approvazione da parte del sovrano, il programma non fu attuato fino al 1901. Guangxu, infatti, era poco più che un fantoccio, dato che il potere era saldo nelle mani di sua zia, l'imperatrice Cixi, avversa ad ogni riforma. Dopo la rovinosa rivolta dei Boxer, però, l'imperatrice si vide costretta a ritirarsi dalla vita politica.

La politica ambigua dell'imperatrice nei confronti delle nazioni straniere aveva portato la Cina sull'orlo del collasso. Le milizie occidentali, una volta giunte a Pechino per liberare i connazionali ostaggi dei Boxer, saccheggiarono la città e massacrarono la popolazione. I Cento giorni di riforme entrarono in vigore solo dopo la rivolta. Nel 1901, infatti, furono aboliti gli Esami di Stato (attraverso i quali erano nominati burocrati e amministratori dell'impero) e modernizzato il sistema scolastico in cui, assieme ai classici cinesi, si insegnavano anche le discipline scientifiche occidentali.

Il dibattito filosofico e politico di quegli anni ruotò proprio su come far risorgere la nazione cinese, pressata, da un lato, dall'esigenza di modernizzazione, dall'altro, dalla volontà di mantenere le proprie tradizioni e, di conseguenza, la stessa identità cinese. Per sua stessa conformazione, la cultura cinese vedeva nei cambiamenti drastici un pericolo che avrebbe fatto somigliare la Cina alle nazioni occidentali (o "occidentalizzate", come il Giappone), considerate barbare.

La domanda a cui rispondere, quindi, era come conquistare l'utilità occidentale (yong) e adattarla all'essenza cinese (ti). I massimi intellettuali dell'epoca a dibattere sull'argomento furono Feng Kuei-fen e Yan Fu, i quali esprimevano due visioni opposte della modernizzazione. Per il primo, la tradizione confuciana rimaneva comunque l'unica strada da seguire. Feng Kuei-fen, infatti, sosteneva che per modernizzare la Cina bisognava introdurre il progresso occidentale, ma l'essenza (ti) cinese, così come le strutture governative, non dovevano essere in alcun modo modificate. Animato da un fervente nazionalismo, Kuei-fen suggeriva di importare dall'occidente solo lo sviluppo tecnologico, poiché in Cina c'erano tante persone intelligenti che, "una volta imparato dai barbari, avrebbero potuto fare di meglio".

Yan Fu, invece, riteneva che lo sviluppo tecnologico non avrebbe dato alcun frutto senza un cambiamento nel sistema politico, il quale doveva diventare rappresentativo della volontà popolare, così come avveniva in occidente, quindi utilità (yong) ed essenza (ti) dovevano coincidere. Yen Fu divenne famoso soprattutto per aver tradotto molte opere occidentali in cinese, come quelle di Adam Smith, Stuart Mill e Herbert Spencer, e per aver adattato l'evoluzionismo di Darwin alla filosofia cinese. Secondo Yan Fu, infatti, le differenze tra occidente e Terra di Mezzo consistevano proprio in una diversa concezione del tempo e del progresso.

La cultura cinese aveva una visione organica e ciclica del progresso (potremmo dire vichiana), in cui il corso naturale delle cose era dato da un periodo di disordine, seguito da un periodo di prosperità e infine un inevitabile declino. Mentre la percezione occidentale del tempo, influenzata dalla "rivoluzione" darwiniana e dall'ottimismo americano, contemplava un miglioramento progressivo e, per sua natura, inarrestabile.

Il primo teorico della democrazia fu Liang Qichao, che nel 1898 provò ad introdurre i "Cento giorni di riforme" durante la reggenza dell'imperatore Guangxu. Ma Liang fu soprattutto testimone di un modo nuovo di far politica. Nel 1895 prese parte alle manifestazioni di studenti contro la decisione del governo di accettare il trattato di Shimonoseki che poneva fine alla prima guerra sino-giapponese. Per la prima volta, infatti, un gruppo di intellettuali, in opposizione con l'autorità politica, anziché scegliere l'esilio volontario (come "prescriveva" la tradizione confuciana), aveva deciso di esprimere pubblicamente il proprio dissenso.

Liang individuò proprio nella democrazia l'origine del benessere occidentale, in quanto l'energia generata dalla partecipazione popolare al processo politico era capace di contribuire al progresso stesso della nazione. Un visione ottimistica, derivata dal confucianesimo che, però, non teneva conto delle complesse dinamiche sociali in cui i singoli individui entravano in conflitto l'uno con l'atro (risolto in occidente, se pur in maniera diversa, da Hobbes e Rousseau con il concetto di "contratto sociale"). In base alla filosofia cinese, infatti, l'ordine delle cose risiedeva nell'armonia tra chi governa e chi è governato. Per cui, Liang non immaginava che il potere potesse diventare tirannico e il popolo rivoltoso.

All'interno del dibattito politico-filosofico di fine ottocento si formò anche il pensiero di Sun Yat-Sen, considerato il "padre" della rivoluzione del 1912, colui il quale avrebbe trasformato la Cina, sancendo la fine della dinastia mancese e la nascita della Repubblica. Nato nel 1866 in una famiglia benestante della provincia dello Guangdong, nel sud della Cina, a pochi chilometri da Macao, all'epoca colonia portoghese, Sun Yat da sempre, aveva "respirato" il sentimento anti-mancese, grazie soprattutto ai racconti sulla rivolta dei Taiping, alla quale aveva preso parte suo zio.

A soli 13 anni, Sun Yat raggiunse il fratello maggiore, Sun Mei, a Honolulu, dove potette studiare alla prestigiosa Iolani School, college privato gestito dalle missioni cristiane. L'incontro con la cultura occidentale fu fondamentale nella formazione politica del rivoluzionario. Nessuno prima di lui, infatti, oltre a mettere in discussione la struttura stessa della Cina, aveva proposto una concreta possibilità di trasformazione. La maggior parte dei movimenti nazionalisti avevano attribuito alla dinastia "straniera" (i Qing erano mancesi e non han come il 90% della popolazione cinese) ogni colpa per la decadenza e la tragica situazione in cui vessava la Cina di fine ottocento, senza mai mettere in discussione la forma di governo. Sun Yat, invece, tracciò la strada per l'affermarsi di una nuova struttura governativa, espressione della volontà popolare, in cui non c'era più posto per l'imperatore.

Cresciuto tra le Hawaii, Hong Kong e la Gran Bretagna, Sun Yat applicò la cultura occidentale alla tradizione cinese, dalla quale scaturirono i "Tre principi di rivoluzione", fortemente ispirati dalla costituzione americana, in particolare dal discorso tenuto da Abramo Lincoln a Gettysburg in cui sanciva la natura stessa della democrazia: "il governo del popolo, dal popolo, per il popolo" ("government of the people, by the people, for the people").

• Nazionalismo – Il primo principio era il nazionalismo (mínzú), inteso come nazionalismo "civico" e non etnico, per cui i gruppi etnici della Cina, han, mongoli, tibetani, mancesi e musulmani dovevano cooperare per il bene comune. Il nazionalismo della nuova repubblica fu rappresentato dalla bandiera composta da 5 colori, dove ogni colore simboleggiava un'etnia diversa.

Democrazia – Il secondo principio per Sun Yat era la democrazia (mínquán), mutuata dalla profonda conoscenza che questi aveva della cultura politica e giuridica occidentale. Così come accadeva negli Stati Uniti, la democrazia era garantita da una rigida suddivisione dei poteri. Oltre al potere legislativo, esecutivo e giudiziario, Sun Yat introdusse altre due branche, derivanti dalla tradizione cinese, come il potere (yuan) del Controllo (un apparato statale col compito di controllare l'esecutivo) e quello dell'Esame (cioè verificare la qualifica dei funzionari statali). Sun Yat sottolineò, però, che il passaggio alla democrazia doveva avvenire gradualmente, attraverso un periodo di "formazione" politica in cui il potere rimaneva nelle mani di pochi.

Benessere – Terzo e ultimo principio era quello del benessere (mínsheng), cioè del bene comune. Sun Yat riteneva importante per il progresso della Cina l'attuazione di una riforma agraria, che avrebbe equamente ridistribuito la ricchezza del paese. Al tempo stesso, era favorevole all'industrializzazione per competere con le nazioni occidentali e alla statalizzazione delle principali aziende cinesi.

I tre principi di Sun Yat influenzarono la nascita della Repubblica Cinese che, negli anni tumultuosi dopo la caduta della dinastia imperiale, si smembrò in due entità separate, la Cina e Taiwan. Sun Yat non conquistò mai Pechino, ma si "accontentò" di essere nominato presidente provvisorio a Nanchino, mentre il generale militare Yuan Shikai si avviava a concentrare nelle sue mani tutto il potere.

[Nell'immagine: La bandiera della prima Repubblica cinese dopo la rivoluzione del 1912]

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