Il mandante dei crimini in Darfur

Per il Tribunale dell'Aia è al-Bashir il responsabile del genocidio

Il 14 luglio, la Corte Penale Internazionale (International Criminal Court, ICC), presieduta dal giudice argentino Luis Moreno-Ocampo, ha formalizzato le accuse di genocidio e crimini contro l'umanità nei confronti di Omar al-Bashir, attuale capo di stato in Sudan, responsabile degli stermini nella regione del Darfur.

Al-Bashir, leader del Fronte Nazionale Islamico, è salito al potere nel 1989 con un colpo di stato. In un paese dove il conflitto tra musulmani del nord e cristiano-animisti del sud risale al lontano 1953, ancor prima che il Sudan ottenesse l'indipendenza dalla Gran Bretagna, la dura repressione dei ribelli in Darfur si è trasformata, in breve tempo, in una delle più gravi emergenze umanitarie di tutto il continente africano.

Oltre all'esercito sudanese, i responsabili dei massacri sono le milizie Janjaweed, gruppi armati, composti per lo più da etnie arabe nomadi, che agiscono per conto del governo di Khartoum. Ma secondo Moreno-Ocampo, nel 2003, fu proprio al-Bashir a ordinare l'eliminazione dei ribelli del Darfur.

I capi d'accusa, infatti, si riferiscono allo sterminio di almeno 35.000 persone appartenenti alle etnie Fur, Masalit e Zaghawa, nonché di "gravi danni fisici e morali" arrecati "a molti membri di questi gruppi, infliggendo deliberatamente condizioni di vita tali da causarne la distruzione fisica".

I profughi del Darfur, infatti, sono quasi 3 milioni, alcuni scappati in Ciad, altri ammassati nei campi di sfollati gestiti dallo stesso governo sudanese. La strategia adottata dal regime di Khartoum mira a fare terra bruciata attorno ai ribelli per rompere l'appoggio offerto dalle popolazioni civili. Così, l'aviazione bombarda i villaggi, in seguito, a cavallo o in groppa a cammelli, i Janjaweed saccheggiano i villaggi, uccidono gli uomini e violentano le donne.

Per esempio, le notizie giunte cinque mesi fa dalla città di Seleia raccontano di una violenza a dir poco inaudita. Quando nel febbraio del 2008, le forze delle Nazioni Unite raggiunsero il paese al confine col Ciad, i superstiti raccontarono che 16 persone erano state uccise. Ma nel villaggio di Seleia, le truppe Onu contarono non più di 200 persone, su una popolazione, prima dell'attacco, di 25 mila abitanti.

Le accuse della Corte Internazionale sembrano, però, aver avuto scarso seguito sia all'interno del paese africano, sia entro la comunità internazionale. Del resto, il Sudan non riconosce l'autorità del Tribunale dell'Aia e, secondo quanto riportato dalla televisione britannica BBC, lo stesso al-Bashir si dice "sicuro e tranquillo".

Al-Bashir, infatti, in un'apparizione alla televisione sudanese, ha negato ogni accusa mossagli da Moreno-Ocampo, affermando che i crimini a lui attribuiti, cioè pulizia etnica e il genocidio, non sono altro che bugie. Dall'altra parte del globo, gli Stati Uniti hanno fatto sapere, attraverso il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Gordon Johndroe, di voler esaminare tutte le accuse presentate dal giudice argentino, invitando però la comunità internazionale a mantenere la calma.

Il passo successivo alla formalizzazione delle accuse, infatti, è il mandato d'arresto nei confronti di al-Bashir che, molto probabilmente, slitterà addirittura di un anno. Jan Pronk, ex inviato speciale delle Nazioni Unite in Sudan, ha sottolineato che al-Bashir potrebbe usare il mandato d'arresto dell'ICC come strumento per rafforzare la propria autorità. L'eventuale arresto del leader africano, infatti, potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione, portando ad un ennesimo colpo di stato e all'allargamento del conflitto.

D'altro canto, la Cina, maggior partner commerciale di Khartoum, ha espresso "grave preoccupazione e timori" in merito alla risoluzione di Corte Penale dell'Aia. Da tempo sotto i riflettori della comunità internazionale e con le olimpiadi di Pechino alle porte, il governo cinese continua a negare ogni diretto coinvolgimento con il regime di Khartoum, ma, al tempo stesso, ha auspicato in una sospensione del mandato d'arresto, attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Al-Bashir sarebbe il terzo capo di governo in carica ad essere arrestato dal Tribunale Internazionale, dopo il dittatore liberiano Charles Taylor, fermato nel 2006 in Nigeria, e il presidente serbo Slobodan Miloševic, arrestato nel 2001 con l'accusa di genocidio perpetuato durante il conflitto nei Balcani. In entrambi i casi il ruolo degli Stati Uniti è stato fondamentale.

Intanto, i gruppi ribelli del Darfur hanno accolto l'annuncio del Tribunale con grande gioia. Suleiman Sandal, comandante del Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza, ha definito la decisone dell'ICC "una vittoria del mondo civile e della gente che soffre nel Darfur".

Così i ribelli hanno fatto sapere di essere disponibili "ad aiutare in tutti i modi la Corte penale Internazionale". Per Sandal, infatti, il leader del Fronte Nazionale Islamico "ha causato sofferenze indicibili e il genocidio della nostra gente e noi davvero apprezziamo quest'iniziativa della comunità internazionale". Ma, dopo le posizioni caute di Cina e Stati Uniti, la voce dei ribelli risulta essere l'unica a mostrare davvero entusiasmo per la decisione del Tribunale dell'Aia.

[Nell'immagine: Il leader sudanese Omar Hassan Ahmad al-Bashir]

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