La questione cecena
Il Caucaso e i difficli rapporti con Mosca

Il crollo dell'Unione Sovietica ha rappresentato non solo la fine di un'era, ma anche l'emersione di una serie di problemi politici ed etnici, fino ad allora nascosti dal rigido e capillare sistema di controllo sovietico.
L'Urss, del resto, non era altro che un crogiuolo di etnie, lingue e religioni diverse, tenute assieme dalla supremazia militare di Mosca. Basta pensare a quanto vasto fosse il territorio sovietico, che partiva dall'Europa nord-orientale, per finire ai confini con l'Alaska, la Cina, l'Afghanistan e l'Iran.
In maniera analoga alla fine della Jugoslavia, il crollo dell'Unione Sovietica ha portato con sé la nascita di partiti politici e movimenti paramilitari di stampo indipendentistico, che con metodi spesso violenti hanno chiesto, e continuano a farlo, il distacco definitivo da Mosca. Una di queste regioni è la Cecenia, nell'area caucasica a confine con la Georgia, terra ricca di risorse naturali, in particolare di petrolio, da dove passano importanti petroldotti e gasdotti.
Il primo leader ceceno a farsi portavoce dell'indipendenza fu Džokhar Dudaev, eletto presidente della repubblica autonoma cecena di Ichkeria nel 1991. Mosca non riconobbe l'indipendenza della regione caucasica e quando, nel 1994, Dudaev si rifiutò di ritirare la dichiarazione di indipendenza e trattare con Mosca per una diversa forma di autonomia, Boris Eltsin inviò nella regione 40.000 soldati. Scoppiò, così, quella che in genere viene definita la prima guerra cecena.
Solo un anno dopo, le truppe russe riuscirono a conquistare la capitale, Groznyi e, sul finire dell'agosto 1996, Eltsin si accordò con i leader separatisti per un cessate il fuoco che portò, l'anno seguente, alla firma di un trattato di pace. Ma la tregua tra Russia e ribelli durò ben poco. Nel 1999, il nuovo leader separatista, Shamil Basaev, decise di allargare il conflitto al vicino Daghestan, altra repubblica russa in Caucaso. Di nuovo, Mosca inviò un imponente contingente militare capace di radere al suolo la capitale in breve tempo.
In risposta, Basayev lanciò una serie di azioni terroristiche per chiedere il ritiro delle truppe russe dal territorio ceceno. Quest'ultimo, infatti, è considerato responsabile del sequestro del Teatro Dubrovka di Mosca nel 2002, e del massacro della scuola di Beslan, in Ossezia del Nord, in cui persero la vita 331 persone di cui 186 bambini.
Dopo anni di conflitti, unica cosa certa è la scarsità di notizie che giungono dalla Cecenia. Non ci sono reporter autorizzati nella regione caucasica e la libertà di espressione in Russia, nonostante il crollo del regime sovietico, sembra essere soggetta ad una serie di pressioni che creano un solco profondo tra il vasto paese euro-asiatico e l'occidente.
Inoltre, la recente crisi in Georgia, in cui i separatisti filorussi dell'Ossezia del Sud sono stati bombardati dal governi di Tiblisi, provocando l'ennesima reazione di forza da parte di Mosca, ha dimostrato quanto le regioni del Caucaso, a cavallo tra Europa ed Oriente, siano una spina nel fianco del governo russo e un argomento di cui, purtroppo, si parlerà a lungo.
[Nell'immagine: Le foto di alcune delle vittime
dellla scuola di Beslan]
Il massacro di Beslan
Forse l'episodio più sanguinoso e straziante della guerra tra Mosca e i gruppi indipendentisti ceceni è il massacro della scuola di Beslan, un piccolo centro dell'Ossezia del Nord, una regione autonoma confinante con la Cecenia. Il primo agosto del 2004, all'inaugurazione dell'anno scolastico, un gruppo di terroristi prese in ostaggio alunni e insegnanti della scuola di Beslan, con la richiesta di fermare le azioni militari in Cecenia. La risposta dell'allora presidente russo, Vladimir Putin, fu dura e in 52 ore i corpi speciali dell'esercito irruppero nella scuola. Nelle operazioni di liberazione degli ostaggi presero la vita 331 persone di cui 186 bambini. Secondo diverse fonti (dagli attivisti politici, agli osservatori dell'Unione Europea), le truppe russe entrarono nell'edificio con una violenza tale da essere la vera causa dell'alto numero di vittime. Molti dei presenti riferirono, infatti, che diversi colpi furono sparati dai carrarmati e dai famigerati elicotteri da combattimento Mi-24
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