La politica di Putin

Dal KGB alla conquista di Mosca

L'uscita di scena di Eltsin, pare per problemi di salute, spianò la strada all'allora primo ministro russo, Vladimir Putin, eletto presidente per la prima volta il 26 marzo 2000. Ex spia del controspionaggio del KGB in Germania est, ex braccio destro del sindaco di San Pietroburgo, Anatoli Sobciak, in pochi anni Putin è riuscito a scalare le vette più alte della politica russa, presentandosi come l'uomo nuovo di cui tutta la nazione aveva bisogno.

Punto nodale della politica di Putin fu la sensibile riduzione delle autonomie dei paesi dell'ex Unione Sovietica e delle vaste province della Federazione, accentrando il potere a Mosca. In pochi anni, infatti, fu abolita l'elezione diretta de governatori regionali. Ciò che più contraddistingue l'ex presidente, però, è il modo in cui quest'uomo potente, dall'aria a dir poco glaciale, viene percepito in patria e in occidente.

Per la maggioranza dei russi, Putin è l'eroe che ha salvato la nazione, dopo gli anni bui di Gorbaciov e Eltsin in cui la Russia non solo ha dovuto fronteggiare una terribile crisi economica, ma perdere il ruolo di superpotenza mondiale. Nel 2004, infatti, Putin fu rieletto presidente con più del 70% delle preferenze. In effetti, nei suoi otto anni di governo, l'economia russa si è ripresa, con un incremento del Prodotto Interno Lordo pari al 72%, così come sono aumentati gli stipendi, passando da una media di 80 dollari a 640.

Eppure l'opinione occidentale non è stata mai troppo generosa nei confronti dell'ex spia del Kgb, in particolare dopo l'omicidio della giornalista indipendente Anna Politkovskaja, autrice di molti articoli contro la politica di Mosca in Cecenia. Anche se non è mai stato dimostrato nessun coinvolgimento di Putin con l'assassinio della Politkovskaja, buona parte della stampa occidentale ha avanzato dei sospetti nei confronti del presidente.

Del resto, lo stesso Putin, rompendo il silenzio durato due giorni dopo l'omicidio della giornalista, in conferenza stampa disse: «Era ben conosciuta fra i giornalisti, gli attivisti per i diritti umani e in Occidente. Comunque, la sua influenza sulla vita politica russa era minima.» In compenso, sul fronte internazionale, Putin ha mantenuto il dialogo con l'occidente, in particolar modo con l'America repubblicana di Bush, e con il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, di cui si è detto sempre grande amico.

Il potere di Putin non si è esaurito con la fine del secondo mandato presidenziale. Il 7 maggio 2008 è stato eletto presidente della Federazione Russa, il suo uomo di fiducia, Dimitri Medved, con il 70% dei voti. Il giorno dopo il suo insediamento al Cremlino, Medvedev nominò Putin primo ministro del governo. Secondo la costituzione russa, infatti, il mandato presidenziale può essere rinnovato solo una volta, pertanto Putin non avrebbe potuto ricandidarsi.

Sebbene il potere del primo ministro sia del tutto limitato, appare abbastanza chiaro che Putin sia riuscito a mantenere la guida del Cremlino, ponendo a capo della Federazione Medvedev, suo uomo di fiducia dagli anni in cui era braccio destro del sindaco di San Pietroburgo.

Dell'astro nascente della politica russa, però, si sa ancora troppo poco. Nato nel 1956, laureato in giurisprudenza, responsabile della campagna presidenziale di Putin nel 2000, Medvedev è stato anche a capo della Gazprom, la più grande azienda russa, dalla quale dipende per l'approvigionamento di gas quasi tutta l'Europa.

Dalla fine dell'Unione Sovietica, in cui l'unico partito era quello comunista, la scena politica russa è stata caratterizzata da tre partiti maggiori. Il più importante è Russia Unita, nato nel 2002, dall'unione di due gruppi parlamentari, l'Unità per il Cremlino e il movimento Fratellanza Russa. Nelle elezioni del 2003, Russia Unita ottenne 38% dei voti. Grazie alla vicinanza politica a Vladimir Putin, durante le elezioni del 2007, Russia Unita ha ottenuto la maggioranza dei seggi della Duma.

Nonostante la fine dell'Unione Sovietica, ancora esiste un Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR), guidato da Gennady Zyuganov, capace contare, nel 2006, circa 134.000 iscritti. Anche se nei primi anni del nuovo millennio, gli elettori partito comunista oscillavano attorno al 30%, nelle elezioni del 2003 per il rinnovo della Duma, il PCFR è riuscito a racimolare solo 13% dei voti, collocabili per lo più tra gli over 55, nostalgici dell'antica gloria sovietica, e insoddisfatti delle riforme del sostenute dal partito di Putin.

Altro partito ad ottenere un certo seguito è quello nazionalista, il Partito Liberal Democratico Russo (PLDR), guidato da Vladimir Zhirinovsky. Sebbene il leader del PLDR definisca il suo un parito d'opposione, i suoi deputati alla Duma, raramente hanno votato contro Putin.

Nato agli inizi degli anni '90, il PLDR ha riscosso sempre un certo successo presso l'elettorato russo, grazie anche ad una retorica nazional-populista. Nel rinnovo della Duma del 2007, infatti, il partito ha ottenuto quasi il 9% delle preferenze. A partire dalla metà degli anni '90, dal PLDR è nato un nuovo movimento politico, Giustizia per la Russia, grazie alla fusione di altre correnti ultranazionaliste come Rodina (che in russo vuol dire Madrepatria).

In effetti, il sentimento nazionalista, fortemente anti-occidentale, connotato da un odio razziale nei confronti dei popoli caucasici e del centro Asia, sta diventando sempre più diffuso in tutta la Russia, soprattutto tra le nuove generazioni, anche se analisti ed esperti tendono a minimizzare l'influenza che questi partiti possano avere sulle scelte politiche di Mosca.

Le forze più liberali del paese sono rappresentate da due partiti Yabloko e SPS (Unione delle Forze di Destra), entrambi tagliati fuori dalla Duma per non aver raggiunto il quorum nelle elezioni del 2007. Sia Yabloko che SPS si sono fatti portavoce, soprattutto negli ultimi anni, di una campagna contro l'operato di Putin, sostenendo un maggior avvicinamento all'Unione Europea, fino ad una possibile membership russa, e soprattutto chiedendo la fine della guerra in Cecenia.

[Nell'immagine: Putin all'epoca del KGB]

I nemici di Putin?

In un paio d'occasioni, i media, soprattutto quelli occidentali, hanno fatto gravare pesanti sospetti sull'operato dell'ex presidente russo. Forse sono gli episodi più eclatanti, di cui tanto si è parlato in Europa e in Italia: l'assassino della giornalista Anna Politkovskaja e quello dell'ex spia del KGB, Alexander Litvinenko. Entrambi nemici di Putin, entrambi morti in circostanze che ancora tuttora rimangono misteriose. La Politkovskaja, da anni ormai, scriveva della guerra in Cecenia, delle ripetute violenze dell'esercito russo ai danni della popolazione inerme, scriveva della mancanza di rispetto dei diritti umani, sia in Russia che in Cecenia. Ma il clamore suscitato dai sui articoli risuonava più forte in Europa occidentale che in patria. Alexander Litvinenko viveva a Londra dal 2000, da dove aveva lanciato la sua personale battaglia contro Putin e la corruzione dei servizi segreti, per i quali entrambi avevano lavorato. Tra le tante accuse di Litvinenko contro il presidente russo, spuntava di nuovo la questione cecena. Secondo l'ex spia del KGB, il sequestro del Teatro Dubrovka di Mosca del 2002 fu organizzato dai sepratisti ceceni con l'aiuto dei servizi segreti russi, come anche la tragedia nella scuola di Beslan nel 2004. In base alle accuse di Litvinenko, Putin aveva permesso delle azioni terroristiche così eclatanti da giustificare una nuova invasione della Cecenia, facendo della regione caucasica la risposta russa contro il terrorismo islamico post 11 settembre. Il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja fu assassinata nell'ascensore del suo palazzo. Il 23 novembre dello stesso anno, morì Litvinenko, dopo tre settimane di ricovero nell'ospedale di Londra. Per i medici si trattò di avvelenamento da polonio, un potentissimo isotopo radioattivo. Come se una bomba atomica gli fosse scoppiata dentro. Un mese prima della sua morte, Litvinenko aveva accusato Putin di essere il reale mandante dell'assassinio della Politkovskaja.

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