Il Mandato britannico e la prima ripartizione della Palestina

Le prime migrazioni ebree e la difficoltà della condivisione

Le conseguenze della seconda guerra mondiale – Sul finire degli anni '20, man mano che nel Vecchio Continente si diffondeva l'ideologia nazi-fascista, sempre più ebrei cercarono rifugio in Palestina.

I coloni ebrei cominciarono ad insediarsi, comprando territori dalle popolazioni arabe, che vivevano per lo più di agricoltura.

Le popolazioni locali erano la maggioranza: nel 1922 si stimavano 590.000 arabi e 71.000 cristiani, mentre gli ebrei raggiungevano soltanto le 84.000 unità.

Il divario economico e sociale, però, tra coloni provenienti dall'Europa (buona parte appartenenti alla borghesia di Germania, Russia e Polonia) e palestinesi creò uno squilibrio enorme all'interno del paese, tanto da portare ad una prima ribellione araba nei confronti degli ebrei.

Sin dai primi anni '30, le commissioni britanniche Shaw e Simpson (istituite dai britannici per cercare di far luce sulle continue ritorsioni contro i coloni ebrei) sottolinearono come la crescente disoccupazione all'interno della comunità araba fosse motivo di instabilità nella regione.

Nonostante i tentativi di sedare le ribellioni delle popolazioni locali, tra il 1936 e il 1939, vi furono una serie di sommosse conosciute come la Grande Rivolta Araba.

Nell'aprile del 1939, il Mufti (autorità giuridica autorizzato ad emettere la fatwa) di Gerusalemme, Hajji Amin al-Husayni, fondò il Supremo Comitato Arabo, di cui fu presidente.

Il Comitato si prefisse di boicottare tutti gli interessi ebrei e britannici, tramite la rivolta fiscale ed il rifiuto di vendita di terre ai coloni. Infine, chiese di porre fine al mandato britannico e l'indipendenza nazionale palestinese.

In breve tempo, la rivolta diventò sempre più violenta, allargandosi in tutta la regione, fino a raggiungere Haifa e la città di Kirkuk (attualmente in territorio iracheno), colpendo le colonie ebraiche e kibbutz con bombe e colpi di mortaio.


Il primo piano di ripartizione della Palestina – Nel 1937, la Commissione britannica Peel chiese alle parti di convenire in una ripartizione della Palestina in due stati, uno arabo e uno israeliano. Secondo la Commissione Peel, lo stato arabo era di gran lunga più esteso di quello israeliano, solo Gerusalemme rimaneva sotto il mandato britannico.

Alla base del piano c'era la netta separazione "etnica", con i palestinesi nella parte meridionale e gli ebrei in quella settentrionale. Una tale operazione comportava il trasferimento dei circa 225.000 arabi presenti nel territorio assegnato agli ebrei e dei 1.250 ebrei al tempo residenti nell'area assegnata agli arabi.

La possibilità di uno stato "esclusivamente" ebraico fu visto con gran favore da alcune personalità sioniste, come il futuro primo ministro israeliano David Ben-Gurion, e al tempo stesso rigettato dalle autorità arabe.

Come poi è successo nei successivi 50 anni, il Comitato Arabo rifiutò il piano Peel, dando fiato ad una più violenta protesta, in cui perse la vita l'Alto Commissario britannico Andrews. In risposta, le autorità inglesi dichiararono illegale il Supermo Comitato Arabo.

Dopo il fallito tentativo di arresto, il Mufti al-Husayni riparò in Libano, da dove continuò la sua azione politica e militare contro la presenza ebraica in Palestina. La rivolta proseguì fino al marzo del '39, con un numero altissimo di caduti: gli arabi erano circa 5.000, 400 quelli ebraici e 200 quelli britannici.

La Gran Bretagna cercò di "tendere" la mano nei confronti delle popolazioni non ebree, pubblicando il cosiddetto Libro Bianco, con cui il governo di Londra autorizzava l'immigrazione ebraica per soli 5 anni e fino ad un tetto massimo 75.000 persone, ma anche questa iniziativa fu respinta dai leader arabi.

[Nell'immagine: Cartina della ripartizione ONU del 1947]

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