Mahatma Gandhi

La ''grande anima'' che fermò l'Impero britannico

Tra le figure che hanno influenzato il ventesimo secolo, di sicuro sarà ricordato Mohandas Karamchand Gandhi, l'avvocato indiano che per tutta la sua vita si è battuto contro le ingiustizie e per l'indipendenza del suo popolo.

Per il suo grande impegno politico e civile, il poeta indiano Rabindranath Tagore, premio Nobel per la letteratura, appellò Gandhi Mahatma, "grande anima", soprannome col quale il mondo ricorda il piccolo uomo che sconfisse l'impero britannico.
Dopo aver studiato legge alla London University, nel 1893, il giovane Gandhi, si recò in Sudafrica, con l'incarico di consulente legale per una ditta indiana.

Fino all'età di 18 anni, Gandhi a stento aveva letto un quotidiano, la politica non gli interessava, e, soprattutto, odiava parlare in pubblico. Ma nel giro di un anno, non solo il suo impegno politico prese il sopravvento sull'attività forense, ma il giovane avvocato divenne il punto di riferimento per la comunità indiana nel paese africano.

In Sudafrica, all'epoca ancora colonia britannica, Gandhi era entrato in contatto con una realtà terribile: migliaia di immigrati indiani erano vittime della segregazione razziale. A partire dal 1894, inviò petizioni, sottoscritte da migliaia di persone, al governo britannico per dare eguali diritti ai cittadini indiani. Ovviamente da Londra non arrivò nessun segnale di cedimento, ma il lavoro di Gandhi fu tale da attirare l'attenzione dell'opinione pubblica, mostrando al mondo gli scheletri nell'armadio del blasonato e "compassionevole" Impero della Regina Vittoria.

In Africa, Gandhi ci rimase più di vent'anni. Si stabilì a Durban, dove nel 1894 fondò la Natal Indian Congress, un'organizzazione politica, con un proprio organo di stampa che mirava a sensibilizzare e informare la comunità indiana, ma anche quella internazionale, sulla terribile discriminazione che le minoranze etniche erano costrette a subire. L'eco del suo impegno fu tale che anche quotidiani importanti come il Times di Londra e The Statesman di Calcutta riportarono e commentarono l'operato del giovane Gandhi.

Non ricevendo nessuna risposta dal governo inglese, dal 1906 lanciò, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, in indiano Satyagraha. In concreto la Satyagraha si tradusse in una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa. La lotta in Sudafrica durò più di sette anni, senza riuscire a produrre un cambiamento significativo nello status giuridico delle minoranza indiane nel paese africano (va anche sottolineato che il sistema dell'apartheid fu smantellato solo nel 1992!).

Nelle varie fasi della protesta, Gandhi, come tanti indiani, fu imprigionato. In carcere crebbe la convinzione che la resistenza civile fosse l'unica forma di lotta possibile. Come si legge sulla prestigiosa enciclopedia Britannica: "quello che fece [Gandhi] per il Sudafrica fu meno importante di quanto fece il Sudafrica per lui. Non l'aveva trattato con tenerezza, ma, trascinandolo nel vortice dei problemi razziali, gli aveva dato i contenuti ideali in cui poter dispiegare il suo speciale talento." (What he did to South Africa was indeed less important than what South Africa did to him. It had not treated him kindly, but, by drawing him into the vortex of its racial problem, it had provided him with the ideal setting in which his peculiar talents could unfold themselves.)

Nel 1914, Gandhi lasciò il Sudafrica per tornare in India, dove prese parte attivamente alla vita politica. Nello stesso anno, infatti, entrò a far parte del Congresso Nazionale Indiano (Indian National Congress), organizzazione politica di ispirazione socialista che puntava ad una partecipazione più attiva degli Indiani nel governo del paese. L'anno successivo, Gandhi intraprese un lungo viaggio in treno al fine di capire le reali esigenze del popolo indiano, soprattutto quello rurale, schiacciato tra l'ingerenza britannica e la rigida divisione della società in caste.

A partire dal 1919 entrò in vigore la Rowlatt Bills, una legge che stabiliva misure eccezionali per chiunque fosse accusato di terrorismo alla quale Gandhi rispose con una nuova battaglia basata sulla Satyagraha. Ne scaturirono una serie di disordini che culminarono con l'uccisione di 400 indiani, riuniti in una manifestazione a Amritsar nel Punjab, da parte delle milizie britanniche. Il Mahatma pensò di ritirarsi dalla lotta, spaventato dalla piega di violenza che stavano prendendo le manifestazioni, ma ormai era diventato il leader del movimento indipendentista indiano e accettò, nel 1921, di diventare il presidente del National Congress.

La sua leadership diede nuovo impulso alla lotta per l'indipendenza. Il messaggio era semplice: non erano le armi britanniche a mantenere l'India in schiavitù, ma le imperfezioni degli stessi indiani. Così partì il suo programma di noncooperazione con le amministrazioni britanniche, il rifiuto di ogni carica burocratica all'interno del British Raj, il boicottaggio di tutti i prodotti manifatturieri britannici e di ogni infrastruttura delle istituzioni, comprese le scuole o le aule giudiziarie. Il programma di Gandhi infervorò il paese, ma di nuovo la disobbedienza civile sfociò nel 1922 in disordini violenti e il 10 marzo dello stesso anno, lo stesso Gandhi fu arrestato e condannato a 6 anni di carcere. Fu rilasciato dopo solo due anni, nel febbraio 1924, per sostenere un'operazione di appendicite.

Una volta fuori dal carcere, Gandhi trovò uno scenario del tutto cambiato. Il National Congress era diviso in due fazioni, da una parte Chitta Ranjan Das e Motilal Nehru (padre di Jawaharlal Nehru, futuro primo ministro indiano), favorevoli all'entrata del partito all'interno della legislatura inglese e dall'altra C. Rajagopalachari e Vallabhbhai Jhaverbhai Patel, contrari. Ma più di tutto, si era rotta l'unità tra indù e musulmani. Contrario alla litigiosità delle varie fazioni politiche, nel 1924 Gandhi intraprese uno sciopero della fame che durò tre settimane per incitare il popolo indiano a ritornare alla lotta pacifica.

Dopo l'ennesima chiusura del governo inglese alle richieste del Congresso, nel marzo 1930, lanciò la lotta contro la tassa del sale. Culmine della campagna fu la marcia del sale: Gandhi e i suoi collaboratori percorsero a piedi le duecento miglia che separano Ahmedabad da Dandi, nello stato del Gujarat, sulla costa del Malabar, marciando per 24 giorni. Erano partiti in 78 e quando arrivarono alle saline erano diverse migliaia. Una volta arrivati al mare, Gandhi raccolse dei cristalli di sale, un gesto semplice, ma perseguibile penalmente: gli inglesi avevano il monopolio del sale in India perciò nessun indiano poteva procurarsi del sale, se non comperando quello venduto dai colonizzatori.

Ci furono più di 6.000 arresti e dopo un anno Gandhi accettò una tregua con gli inglesi, fece sospendere la disobbedienza civile e accettò di prendere parte della Conferenza di Londra, come solo rappresentante indiano. La conferenza aveva come argomento le minoranze indiane e non, come si aspettava lo stesso Gandhi, il passaggio di poteri dai britannici agli indiani.

Al ritorno da Londra, nel 1931, infatti, Gandhi fu messo di nuovo in prigione. Lo scopo di Lord Willingdon, il nuovo viceré, era isolarlo al fine di diminuire la sua influenza. Ma dalla prigione, il Mahatma, nel settembre 1932, intraprese l'ennesimo sciopero della fame contro la decisione britannica di segregare gli intoccabili (la casta più bassa) in collegi elettorali separati. Lo sciopero divenne il punto di partenza per una vigorosa campagna in difesa degli intoccabili, chiamati da Gandhi Harijans, "i figli di dio", opponendosi ai gruppi induisti più integralisti e conservatori.

Nel 1934, Gandhi si dimise sia come leader che come membro del Partito del Congresso, per dedicarsi all'educazione della parte più rurale del paese, in un programma che avrebbe costruito la nazione "dal basso". Lo steso Gandhi si stabilì a Sevagram, un villaggio nel centro dell'India, che divenne il centro del suo programma sociale ed economico.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ebbe forti ripercussioni anche in India. Innanzitutto, il National Congress fu attraversato da un aspro dibattito tra chi sosteneva un intervento indiano a sostegno degli inglesi e chi no. Gandhi tornò a prendere parte attivamente della politica. La Gran Bretagna, nel 1942, attraverso il ministro inglese Sir Stafford Cripps fece una proposta di passaggio del potere nelle mani degli indiani, ma Gandhi rifiutò, poiché di fatto le truppe di sua maestà fomentavano i disordini tra musulmani e indù. Il governo di Londra rispose duramente, imprigionando tutti i membri del Congresso, causando di violente rivolte in tutto il paese. D'altro canto, il fronte asiatico della guerra andava intensificandosi, in particolare contro il Giappone e l'Inghilterra non poteva permettersi di concentrarsi troppo sulla situazione indiana.

Lo scenario cambiò definitivamente quando nel 1945 salì al potere il Partito Laburista, il quale diede il via ad una serie di negoziati tra i membri del Congresso, la Lega Musulmana, guidata da Muhammad Ali Jinnah e il governo britannico che avrebbero portato all'indipendenza indiana. L'indipendenza arrivò il 3 giugno 1947, con il Piano Mountbatten, dal nome dell'ultimo viceré britannico, il quale vide la nascita di due stati, l'India e il Pakistan, a prevalenza musulmana.

La divisione tra India e Pakistan fu vissuta da Gandhi come una grave sconfitta, poiché l'indipendenza si era realizzata senza unità. Il separatismo musulmano aveva guadagnato consenso nel periodo in cui Gandhi e i suoi uomini erano stati imprigionati e tra il 1946 e il 1947, gli scontri tra indù e musulmani erano andati intensificandosi, tanto che l'impegno di Gandhi dopo l'indipendenza fu il tentativo di fermare le violenze.

Così, il Mahatma indisse un nuovo sciopero della fame che finì nel settembre 1947, quando riuscì a fermare la rivolta a Calcutta, inoltre, nel gennaio 1948, riuscì ad ottenere una tregua che fermò i disordini a Delhi. Ma la battaglia di Gandhi fu fermata dalla mano di un giovane integralista indù, Nathuram Godse, che uccise il Mahatma il 30 gennaio del '48 mentre quest'ultimo stava tornando dall'incontro di preghiera serale a Delhi.

La parola Satyagraha deriva dai termini in sanscrito satya (verità) la cui radice sat significa Essere/Vero, e Agraha, (fermezza, forza) ed è alla base del pensiero politico di Gandhi. In politica, "forza della verità" si traduce in lotta non violenta. Gandhi, nel suo pensiero, confluirono molteplici elementi, che partivano dalla tradizione spirituale indiana per incontrare il socialismo tardo vittoriano di John Ruskin e il cristianesimo umanitario di Lev Tolstoj.

Gandhi scoprì l'opera di Ruskin grazie al direttore della rivista sudafricana The Critic Henry Polak, conosciuto in un ristorante vegetariano nel 1904. Ruskin, in A quest'ultimo, oltre ad criticare il capitalismo della prima rivoluzione industriale, esaltava un modello di vita semplice, in cui il lavoro doveva tornare ad una dimensione umana, in opposizione all'alienazione del nuovo sistema economico-produttivo. Precedentemente a Londra, Gandhi aveva conosciuto il filosofo indiano Shrimad Rajchandra, il quale, oltre a diventare la guida spirituale, lo introdusse ai testi induisti, tra i quali spiccava il Bhagavadgita, poema sanscrito di circa 5000 anni fa, per gli Indù l'equivalente della Bibbia cristiana.

In particolare rimase colpito da due parole sanscrite aparigraha (non possesso), che implicava che l'uomo doveva liberarsi dei beni materiali che limitavano la vita dello spirito e samabhava (fermezza, moderazione) che esortava l'uomo a rimanere tranquillo di fronte sia al dolore che al piacere, la vittoria o la sconfitta, e a lavorare senza paura né della sconfitta né del successo. Grande influenza ebbe anche l'opera di Lev Tolstoj, con il quale Gandhi ebbe una fitta corrispondenza. Nella produzione letteraria dello scrittore russo, ebbe particolare rilievo il libro Il Regno di Dio è in voi, del 1892, in cui Tolstoj indagava sul dovere della cristiana "non resistenza al male".

Il testo si ispirava a sua volta al concetto di disobbedienza civile teorizzata e praticata da Henry David Thoreau, il quale, nel saggio del 1849 intitolato proprio Disobbedienza civile, si opponeva alla guerra degli Stati Uniti contro il Messico. Egli riteneva che il conflitto fosse ingiusto e sapeva che non poteva svolgersi se non col consenso e col contributo economico dei cittadini, quindi decise di violare apertamente la legge e non pagare le tasse, accettando volentieri la reclusione in carcere che questo gesto comportava.

La spiritualità indiana e la critica socialista occidentale si fusero nel pensiero politico di Gandhi in maniera del tutto originale. Molti suoi contemporanei videro in lui un personaggio ambiguo, poco incisivo. Gli stessi indiani consideravano Gandhi o troppo moderato o troppo "rivoluzionario". Eppure la battaglia del piccolo uomo che osò sfidare l'impero britannico ispirò altri leader, come Martin Luther King Jr, che, negli anni '60, fece delle nonviolenza la bandiera per dare agli afroamericani gli stessi diritti dei bianchi.

[Nell'immagine: Mohandas Karamchand Gandhi]

Satyagraha e la nonviolenza

Satyagraha e la nonviolenza – La parola Satyagraha deriva dai termini in sanscrito satya(verità) la cui radice sat significa Essere/Vero, e Agraha, (fermezza, forza) ed è alla base del pensiero politico di Gandhi. In politica, "forza della verità" si traduce in lotta non violenta. Nel pensiero di Gandhi confluirono molteplici elementi, che partivano dalla tradizione spirituale indiana per incontrare il socialismo tardo vittoriano di John Ruskin e il cristianesimo umanitario di Lev Tolstoj. Ruskin, in A quest'ultimo, oltre ad criticare il capitalismo della prima rivoluzione industriale, esaltava un modello di vita semplice, in cui il lavoro doveva tornare ad una dimensione umana. Tra i testi induisti, invece, spiccava il Bhagavadgita, poema sanscrito di circa 5000 anni fa, per gli Indù l'equivalente della Bibbia cristiana. Grande influenza ebbe anche l'opera di Lev Tolstoj, con il quale Gandhi ebbe una fitta corrispondenza, in particolare il libro Il Regno di Dio è in voi, del 1892, in cui Tolstoj indagava sul dovere della cristiana "non resistenza al male". Il testo si ispirava a sua volta al concetto di disobbedienza civile teorizzata e praticata daHenry David Thoreau, il quale, nel saggio del 1849 intitolato proprio Disobbedienza civile.

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