Taiwan: un’isola in bilico tra Cina e Stati Uniti

Secondo il calendario cinese, il 2010 è l’anno della tigre, simbolo di forza e di coraggio. Un anno importante, che sembra quasi simboleggiare il sorpasso, od un passaggio di consegne in termini di potenza da Occidente ad Oriente.

I festeggiamenti del capodanno cinese il 26 gennaio a Pechino però sono stati immediatamente guastati dalle notizie provenienti dall’altra sponda del Pacifico. Tre giorni dopo, infatti, la Defense Security Cooperation Agency (DSCA) degli Stati Uniti ha comunicato la possibile vendita di armamenti militari a Taiwan.

Nella sua informativa al Congresso la DSCA ha reso pubblica la richiesta di Taiwan di 2 cacciamine Ospray (costruiti dall’italiana Intermarine e dal costo complessivo di 105 milioni di dollari); 60 sistemi di comunicazione militare computerizzata (costo complessivo 340 milioni di dollari, costruiti da McDonnel Douglas); 10 missili Harpoon antinave modello RTM e 2 missili Harpoon ATM (costo complessivo 37 milioni di dollari); 60 elicotteri UH-60 M Black Hawk (costo complessivo 3.1 miliardi di dollari costruiti da Sikorsky Aircraft e General Electric); ed infine una batteria di 114 missili Patriot PAC-3 e 3 impianti radar del tipo AN/MPQ (costo complessivo 2.81 miliardi di dollari, costruiti da Raytheon Corporation e Lockheed Martin).

La DSCA, agenzia gestita congiuntamente dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono, il cui compito è finanziare l’assistenza tecnica ed il trasferimento di materiale di difesa a Paesi alleati ed amici degli Stati Uniti, ha quindi stilato una possibile spesa da parte di Taiwan per 6.392 miliardi di dollari americani.

La reazione cinese è stata immediata: il portavoce del Ministro degli Esteri cinese, Ma Zhaoxu, il 4 febbraio ha minacciato sanzioni alle società statunitensi che sono direttamente coinvolte nella vendita incriminata. Soprattutto per la Boeing, che controlla McDonnell Douglas, sarebbe un danno notevole essere estromessa dal mercato più promettente del mondo.

La Cina rivendica la sovranità dell’isola di Taiwan, considerata una provincia ribelle in cui trovarono rifugio i nazionalisti del Kuomintang di Chiang Kai Sheek nel 1949 in seguito alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte del vittorioso Mao Tse Tung. Da quel momento in poi gli Stati Uniti hanno appoggiato e finanziato Taiwan nell’ambito del loro programma di “contenimento” dell’espansione comunista nell’Asia orientale.

E nonostante il riavvicinamento con Pechino, gli Stati Uniti hanno continuato a garantire la difesa dell’isola grazie al Taiwan Relations Act del 1979. E’proprio sulla base delle previsioni di questo accordo che gli USA continuano a vendere armi di carattere difensivo a Taiwan.

Per cui la vendita di armi americane era abbastanza prevedibile, così come era prevedibile la reazione dei dirigenti cinesi. Stati Uniti e Cina stanno approcciandosi in un dialogo difficile ed impegnativo in cui ormai rientrano tutte le questioni mondiali. Molti opinionisti e studiosi di relazioni internazionali hanno adoperato il termine di G2 per indicare ormai la prevalenza di queste due superpotenze in ambito geopolitico (ma soprattutto economico), e non vi è ormai decisione mondiale senza che Pechino o Washington abbiano detto l’ultima parola.

Basta osservare l’ultimo vertice sul clima di Copenaghen, in cui la decisione (di non decidere) è stata diretta conclusione dell’ostruzionismo cinese sul tema. Ma forse è proprio a Copenaghen che si può risalire per individuare la svolta americana.

Da dicembre in poi infatti l’amministrazione Obama ha moltiplicati i segnali avversi nei confronti della Cina: basti pensare alle critiche del Segretario di Stato Clinton sulla libertà di informazione e sulla censura cinese al web; al caso Google, con la multinazionale americana che ha minacciato di abbandonare il mercato cinese in seguito alle operazioni di spionaggio informatico provenienti dal territorio cinese; e non ultimo al recente viaggio del Dalai Lama a Washington, dove è stato accolto, sia pure con un protocollo cerimoniale minore rispetto al previsto, dal Presidente Obama. Causando nuove ire nei palazzi di Pechino.

La vendita di armi a Taiwan si inserisce in questo partita a scacchi tra le due superpotenze, in cui ogni argomento è avanzato e ritirato come una pedina sullo scacchiere. Molti analisti hanno intravisto una nuova volontà degli Stati Uniti di imporre le proprie scelte alla Cina. Una dimostrazione di forza di Washington, con Obama scottato dall’esperienza di Copenaghen che mostra i muscoli a Pechino.

A ben vedere le cose però, gli ultimi avvenimenti sono una dimostrazione di debolezza dell’indebitato impero americano, soprattutto se si considerano le critiche sempre più frequenti al neo Presidente. La sconfitta elettorale in Massachussets, con la vittoria del repubblicano Scott Brown, la sempre più difficile riforma sanitaria con un’opposizione sempre più montante anche presso l’opinione pubblica e l’avvicinarsi delle elezioni di mid-term il prossimo novembre devono aver suggerito i consiglieri di Obama un drastico cambio di registro.
E Taiwan era una delle tante occasioni da prendere al volo.

Per approfondire, consigliamo le tesi:
Taiwan nella politica internazionale: Stato-nazione o provincia? di Daniele Sarcletti
La ristrutturazione geopolitica dell'Africa centrale di rancesco Capriglione

Umberto Profazio
Institute for Global Studies



[Nell'immagine: Obama e il presidente cinese Hu Jintao a Pechino nel novembre del 2009]

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