È possibile mettere al bando l'infibulazione?

Quando si parla di infibulazione il pensiero va quasi sempre all'Africa, a quei paesi dove le donne sono in una posizione di estrema subordinazione. Dove, in base ad antiche tradizioni tribali, vengono operate incisioni o rimozioni degli organi genitali femminili. Negli ultimi anni, però, l'infibulazione sta diventando una pratica diffusa anche in Occidente, sebbene in maniera illegale.

Mentre a livello globale l'Organizzazione Mondiale della Sanità fa sapere che sono 140 milioni le donne che hanno subito l'infibulazione (20 milioni in più rispetto ai dati del 2008), si stima che in Europa siano in 500.000 e che, ogni anno, ci siano almeno 180.000 soggetti a rischio. Si tratta di donne che sono arrivate come immigrate dalle zone più disparate del mondo e che spesso, per essere infibulate, vengono riportate nel loro paese d'origine.

Anche se in nel Vecchio Continente l'infibulazione viene considerata illegale, solo due paesi, Francia e Svizzera, riconoscono in maniera esplicita questo tipo di reato (punibile fino a 10 anni di carcere). Nonostante le buone intenzioni, ancora una volta le statistiche mostrano una certa discrepanza tra la teoria e la pratica. In tutta la Francia ci sono solo 30 casi giudiziari riguardanti le MFG. Davvero poco rispetto alle stime del 2008, secondo cui nel paese ci sarebbero almeno 50.000 donne che hanno subito l'infibulazione.

Di fatto il problema è per lo più culturale. La convinzione che l'infibulazione sia un rito di passaggio obbligatorio, senza il quale una donna non può entrare nell'età adulta, né trovare marito, è radicata in molte comunità provenienti dal Corno d'Africa e dall'Asia. Per cui, anche la possibilità di ribellarsi da parte delle ragazze è limitata.

Così come racconta Ifrah Ahmed al sito bikyamasr.com. Ahmed fu circoncisa quando aveva 8 anni nel suo paese d'origine, la Somalia. "Fui circoncisa da un dottore quindi ero una delle fortunate; so di ragazze che sono state circoncise con vetri rotti". Ora che ha 23 anni si batte contro la pratica dell'infibulazione all'interno della comunità somala in Irlanda. Ma l'opposizione più dura viene proprio dai suoi connazionali.

"Gli uomini somali mi hanno detto che dovrei smetterla di attaccare cose che sono parte della nostra cultura e le donne somale mi dicono che sarà colpa mia se le ragazze non potranno trovare un marito perché non sono circoncise". Per le sue posizioni Ahmed ha ricevuto minacce che l'hanno costretta a lasciare Dublino.

L'anno scorso, per fronteggiare l'aumento di richieste di infibulazione da parte di donne immigrate e per contrastare quella illegale, la "American Academy of Pediatrics" (AAP, Accademia Americana di Pediatri), aveva proposto la legalizzazione del "ritual nicking", una piccola incisione sulla punta del clitoride, che richiamasse il gesto rituale ma senza alcun intervento violento o mutilante, e soprattutto eseguito in una struttura adeguata. La proposta ha incontrato molte perplessità, sia da parte della comunità scientifica che da parte degli attivisti per i diritti umani.

Spesso l'infibulazione viene chiamata erroneamente circoncisione femminile, paragonandola a quella maschile, ancora praticata per motivi igienici tra le comunità ebraiche. Ma a differenza di quanto avvenga per i maschi, l'infibulazione ha conseguenze devastanti sul corpo della donna: oltre ad eliminare ogni forma di piacere fisico, aumenta il rischio di infezioni, anche molto gravi come l'AIDS, può causare infertilità e, in alcuni casi, porta alla morte. Soprattutto l'infibulazione è una forma di violenza e di discriminazione nei confronti delle donne, perpetuata per controllarne la sessualità.

Secondo quanto afferma la parlamentare keniota Sophia Abdi Noor, in un'intervista pubblicata dal Daily Nation, le donne che non sono state infibulate vengono considerate prostitute, "perché si pensa che senza il taglio una donna rimanga sessualmente sensibile e quindi si può dare più facilmente alla prostituzione". Anche Sophia Abdi Noor ha subito l'infibulazione in tenera età, ma grazie al suo ruolo pubblico ha deciso di raccontare la sua storia per sensibilizzare il paese sul dramma che vivono migliaia di ragazze e bambine.

Da un punto di vista politico, infatti, le cose in Africa stanno cambiando e 18 paesi hanno messo al bando ogni forma di MGF. Grazie al lavoro di organizzazioni no-profit, come Non c'è Pace Senza Giustizia che da anni si battono per l'abolizione delle Mutilazioni Genitali Femminili, il 21 luglio 2001 le nazioni aderenti all'Unione Africana hanno sottoscritto un documento in cui riconoscono l'infibulazione come una violazione dei diritti umani e dell'infanzia e si impegnano ottenere una risoluzione ONU per la messa al bando definitiva. La speranza, quindi, è che una condanna ufficiale da parte di Nazioni Unite e paesi africani possa facilitare il lavoro di persone come Sophia Abdi Noor e Ifrah Ahmed, e di tante altre, nel cambiare la mentalità di chi, troppe volte, vede nelle donne un essere umano di serie B.

[Nell'immagine: Sophia Abdi Noor, membro del Parlamento keniota, attiva nella lotta contro l'infibulazione]

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