Gli indignados d'America e la globalizzazione delle proteste

In un'America stritolata dalla crisi, aumentano le proteste dei giovani che dal 17 settembre occupano Zuccotti Park, a pochi metri da Wall Street, il cuore finanziario di New York. Le manifestazioni ricordano quelle degli indignados spagnoli, che per mesi hanno presidiato le principali piazze del paese costringendo Zapatero alle dimissioni.

Al grido di "io sono il 99%" (in riferimento al fatto che solo l’1% della popolazione detiene la stragrande maggioranza della ricchezza), il primo ottobre c’è stata una massiccia protesta che ha toccato luoghi simbolo dell’economia mondiale come il Financial District e la New York Stock Exchange, per concludersi sul ponte di Brooklyn.

Nonostante la polizia di New York abbia arrestato in un solo giorno 770 manifestanti con l’accusa di intralcio al traffico, le proteste sono continuate, e in questi giorni stanno dilagando in tutte le maggiori città statunitensi, da Los Angeles a Chicago, a Boston. Gli organizzatori di "Occupy Wall Street", oltre ad aver incassato il sostegno del regista Michael Moore, hanno ottenuto la "comprensione" del numero uno della Federal Reserve (la Banca centrale americana) Ben Bernanke, il quale durante un’audizione parlamentare ha affermato che "non si può rimproverare nulla" ai manifestanti. Allo stesso modo si sono pronunciati il finanziere George Soros e l’ex consigliere di Obama, Van Jones.

È chiaro che se negli States il tasso di disoccupazione si attesta attorno al 10% è in larga misura colpa di molte scelte sciagurate prese nei grattacieli di Manhattan. Lì è nata la crisi dei mutui subprime del 2008 e sempre da lì non sono arrivate le risposte adeguate per impedire che si espandesse a macchia d’olio, gettando nel caos l’economia mondiale.

Se la crisi è globale, sono globali anche le proteste. L’idea di occupare Wall Street, infatti, è nata in Canada, dove i creativi della rivista Adbusters (famosa per aver utilizzato campagne pubblicitarie molto popolari per trasmettere slogan contro il consumismo) hanno deciso di lanciare una sfida ai potenti di Wall Street. Su uno dei siti degli organizzatori si legge: "Occupy Wall Street" è un movimento popolare per la democrazia iniziato in America il 17 di settembre con un accampamento nel distretto finanziario di New York. Ispirati dalle rivolte egiziane di Tahrir Square e dagli indignados spagnoli, ci impegniamo a porre fine alla corruzione finanziaria nella nostra democrazia".

È il segno evidente di un malessere profondo che - come l’economia globalizzata - riesce a valicare i confini nazionali. Anche quando questi sono segnati da un muro. Il 3 settembre, in Israele 400mila persone sono scese in piazza (una cifra significativa se si pensa che la popolazione totale è di 7milioni) al grido di "Piazza Tahrir non è solo al Cairo". Per la prima volta nella storia dello stato ebraico si inneggiava ad una rivolta araba. E sempre nel segno della globalizzazione, "Occupy Wall Street" è riuscita a conquistare anche i media cinesi: "Lunga vita alla Grande Rivoluzione di Wall Street" troneggiava sul sito nazionalista cinese M4.

La notizia, riportata dal New Yorker, ha qualcosa di surreale: un sito cinese loda gli americani che scendono in piazza, sostenendo che da loro la Cina ha solo da imparare. Lo spirito "rivoluzionario" che anima gli organizzatori di "Occupy Wall Street", infatti, è indice del fallimento del capitalismo occidentale e deve servire da esempio per riportare la Cina al comunismo ortodosso di Mao. Le argomentazioni di M4 potrebbero anche sembrare plausibili, se non fosse che a parlare è il sito della corrente più reazionaria del partito comunista, la stessa che sostiene le scelte governative quando si tratta di restringere la libertà di stampa e vietare le manifestazioni di piazza. L’altra faccia della globalizzazione!

[Nell'immagine: Sabato 1 ottobre la polizia di New York ha arrestato ben 770 manifestanti]

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