Hosni Mubarak e la primavera araba

Dopo la morte di Sadat nel 1981, venne eletto Hosni Mubarak, leader del Partito Democratico Nazionale. Sul piano internazionale, Mubarak cercò di perseguire una politica di avvicinamento agli Stati Uniti, ponendosi come uno dei principali partner nell'area mediorientale.

Nonostante il pugno di ferro contro il terrorismo, gruppi isolati di estremisti islamici sono stati responsabili di attentati a luoghi turistici frequentati per lo più da stranieri, il più feroce a Sharm el-Sheikh nel 2005, in cui persero la vita 56 persone. Lo stesso Mubarak è un sopravvissuto, nei sui confronti ci sono stati ben 6 attentati.

Da quando la Fratellanza Musulmana, unico partito d’opposizione, venne bandito da ogni attività pubblica – dal 1981, infatti, sono vietate tutti le organizzazioni politiche di ispirazione religiosa – il Partito Nazional Democratico, è l’unica forza politica a guidare il paese. Del resto, Mubarak rimase in carica per quasi 30 anni, e le sue numerose vittorie politiche hanno destato non pochi sospetti. Inoltre, diverse organizzazioni straniere hanno contestato l’utilizzo della tortura e di processi sommari.

Sulla scia di quanto accadeva in Tunisia, il 17 gennaio 2011 un uomo si diede fuoco in una piazza de Il Cairo. Di lì a pochi giorni, altri due operai si diedero alle fiamme per protestare contro la politica del presidente Mubarak.

La notizia fece il giro del web e il 26 gennaio, nonostante il governo avesse vietato ogni forma di affollamento per paura di possibili insurrezioni, migliaia di persone si riunirono nelle piazze delle principali città egiziane. La reazione della polizia fu durissima, nella sola giornata del 26 furono arrestate più di 500 manifestanti, negli scontri inoltre persero la vita un civile e un agente.

Le proteste andarono intensificandosi sempre più. Piazza Tahrir a Il Cairo divenne il fulcro della rivolta con centinaia di migliaia di persone che giorno dopo giorno continuavano a manifestare contro il governo di Mubarak. La risposta del presidente, molto simile a quella di Ben Ali in Tunisia, fu ambivalente: da una parte cercò di "accogliere" le richieste dei manifestanti, dall'altra ordinò alle forze dell'ordine di reprimere con forza le proteste.

Sotto pressione, il 31 gennaio Mubarak decise di dimettere il suo gabinetto e di formare un governo che avrebbe portato - almeno nelle intenzioni del presidente - ad un rapporto collaborativo con le opposizioni (fu aperta anche una commissione sulla legittimità delle elezioni presidenziali del 2010 vinto con una maggioranza schiacciante dal partito di Mubarak e oggetto di forti contestazioni).

La tregua, però, durò solo 2 giorni. Il 2 febbraio, infatti, violando il coprifuoco, migliaia di persone scesero in piazza Tahrir per chiedere ancora una volta le dimissioni di Mubarak. La ripresa delle manifestazioni portò a duri scontri tra i gruppi favorevoli al presidente e i dimostranti contro il regime e solo il duro intervento dell'esercito riuscì a sedare le rivolte.

Intanto, il personale delle Nazioni Unite lasciò il paese e Mubarak, per allontanare lo spettro di una guerra civile, paventò la possibilità di presentare le sue dimissioni. Cominciarono, quindi, le trattative con i partiti di opposizione, in particolare con una delegazione dei "Fratelli Musulmani" (la maggiore formazione di opposizione egiziana, a forte impronta religiosa, per anni confinata ai margini della scena politica). Sebbene le opposizioni siano sempre più scettiche, cominciano a circolare le voci di un'imminente dimissione del presidente.

Il 10 febbraio, con una piazza Tahrir gremita in attesa dell'annuncio delle dimissioni, Hosni Mubarak, in un discorso alla tv pubblica, dichiarò la sua intenzione di trasferire i suoi poteri al vice presidente Suleiman, ma di rimanere a capo del processo di transizione verso una riforma costituzionale. La risposata della folla fu immediata, circa un milione di manifestanti mostrarono simbolicamente le scarpe (considerato uno dei gesti più offensivi per la cultura araba).

Così come in Tunisia, anche la caduta di Mubarak avvenne nel momento in cui l'esercito ha decise di appoggiare le richieste dei manifestanti. L'11 febbraio 2011, infatti, le Forze Armate egiziane si impegnarono ad assicurare "il pacifico passaggio dei poteri" ed "elezioni libere", nello stesso momento in cui Mubarak rassegnò le proprie dimissioni (per cercare rifugio nella sua residenza a Sharm-el-Sheik). Il potere passò nelle mani del Consiglio supremo delle forze armate, composto da 18 militari e presieduto dal feldmaresciallo Mohammed Hoseyn Tantawi, attuale capo di stato provvisorio dell'Egitto.

[Nell'immagine: Mubarak e l'ex presidente USA, Bush]

Strutture governative

Secondo la costituzione del 1971 (rettificata poi nel 2007), l’Egitto è una democrazia con un parlamento formato da due camere rappresentative, il Majlis al-Shaab (l’assemblea del popolo) con 444 membri eletti e 10 membri nominati dal presidente; e il Majlis al-Shura (l’assemblea consultiva) formata dal 264 membri. Attualmente il capo provvisorio dell'Egitto è Mohammed Hoseyn Tantawi, dopo le dimissioni di Hosni Mubarak nel 2011.

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