L'America di George W. Bush

George Walker Bush è l'attuale presidente degli Stati Uniti. Repubblicano, figlio dell'ex presidente George Walker Herbert Bush, fu eletto la prima volta nelle del 2001, sconfiggendo il candidato Democratico, vice di Bill Clinton, Al Gore.

La vittoria su Gore fu strettissima, e in qualche modo si può dire che Bush non riuscì a conquistare il voto degli Americani. Secondo il complesso sistema elettorale statunitense, infatti, per vincere non basta ottenere la maggioranza del voto popolare (cioè il numero complessivo degli elettori), ma bisogna ottenere la maggioranza del voto elettorale (il numero di rappresentanti che ogni Stato elegge, assegnato in rapporto alla popolazione di ogni Stato).

Gore ottenne il maggior numero di voti popolari, ma Bush, con un margine di 537 voti in più in Florida (governata da suo fratello Jeb), riuscì ad ottenere più voti elettorali, superando il rivale democratico con 271 contro i 266 di Gore. Poco dopo le elezioni, l'amministrazione Bush dovette affrontare il più grave attentato mai realizzato negli Stati Uniti.

L'11 settembre 2001, due aeroplani distrussero le Torri Gemelle di Manhattan, New York, sede del Organizzazione Mondiale del Commercio. Nell'attentato di New York morirono 2.600 persone. Pochi minuti dopo un terzo aereo precipitò sul Pentagono, in Virginia, quartier generale del Dipartimento della Difesa americano, mentre un quarto precipitò nella Contea del Somerset in Pennsylvania, dirottato dagli stessi passeggeri per evitare che colpisse un altro possibile obiettivo.

Il totale delle vittime dell'11 settembre, fu di 2.974 eccetto i 19 dirottatori. Subito dopo gli attentati, si cominciò a parlare di terrorismo di matrice islamica. In poco tempo si cominciarono a fare i nomi di al-Qaeda, la più importante organizzazione terroristica di stampo islamica e di Osama Bin Laden, il miliardario saudita che da tempo minacciava gli Stati Uniti e i suoi alleati.

In risposta agli attentati, il 7 ottobre, gli Stati Uniti invasero l'Afghanistan. Secondo le informazioni di Washington, al-Qaeda aveva le sue basi proprio nel paese asiatico, appoggiato dal regime dei Talebani, al potere dopo l'invasione sovietica. Lo stesso Bin Laden doveva nascondersi in Afghanistan, dove aveva combattuto per liberare il paese dal regime comunista.

La figura di Bin Laden comparse sulla scena mondiale durante la prima guerra afgana, quando gli Stati Uniti, in piena Guerra Fredda, decisero di sostenere le truppe di Mujaheddin (i ribelli islamici) per fermare l'avanzata sovietica. Il 16 settembre 2001, Bin Laden inviò un messaggio tramite la televisione satellitare del Qatar, Al Jazeera, in cui negava ogni responsabilità per l'attentato delle Torri Gemelle: "Sottolineo che non ho preso parte a quest'azione, che sembra essere stata organizzata da individui che avevano buone ragioni per farlo".

Nonostante i dinieghi da parte del governo di Kabul, il 7 ottobre 2001, Stati Uniti e Gran Bretagna cominciarono a bombardare il territorio afgano. L'intervento militare prese il nome di Enduring Freedom ("libertà permanente").

Scopo dell'operazione era rovesciare il regime talebano ed eliminare, oltre a Bin Laden, anche Mullah Mohammed Omar, capo del regime afgano, accusato di sostenere e proteggere le attività del miliardario saudita. Il 9 novembre, le truppe anglo-americane entrarono sul suolo afgano. In solo 4 giunsero a Kabul, la capitale, ma le forze Talebani avevano già abbandonato la città. Secondo le informazioni dei servizi segreti, circa 2000 membri di al-Qaeda e del regime, tra cui forse anche lo stesso Bin Laden, si raggrupparono nelle caverne delle montagne di Tora Bora, a 50 chilometri da Jalalabad, nella parte orientale del paese.

Il 16 novembre l'aviazione statunitense iniziò a bombardare la zona. Le operazioni di terra iniziarono dopo pochi giorni e proseguirono fino al 17 dicembre, senza però riuscire a scovare né Bin Laden, né i suoi sostenitori. In poco tempo tutte le maggiori città afgane casddero in mano agli americani, grazie anche all'aiuto di Hamid Karzai, attuale presidente afgano, che con un esercito di 3.000 uomini collaborò alla presa di Kandahar. A partire dalla fine del 2001, la diplomazia internazionale cominciò a lavorare per cercare di creare un governo ad interim che avrebbe condotto l'Afghanistan verso uno stato di democrazia. Gli incontri (ai quali non parteciparono i Talebani) si tennero a Bonn in Germania, da quale nacque il nuovo governo guidato da Hamid Karzai.

L'opinione pubblica statunitense, nell'ottobre 2001, era nettamente favorevole all'intervento militare in Afghanistan. I sondaggi indicarono che circa l'88% degli Americani sosteneva la guerra contro il 10% sfavorevole. Col passare del tempo, a causa dei ripetuti attentati suicidi contro l'esercito internazionale e la mancata cattura del nemico numero uno di Washington, la popolarità della guerra diminuì, anche se la maggioranza degli americani (il 65%) nel 2006 riteneva che l'amministrazione Bush avesse preso la decisioni giusta, contro il 29% degli americani in disaccordo con la politica estera del presidente.

Subito dopo i primi attacchi del contingente anglo-inglese, anche altre forze militari "occidentali" raggiunsero il paese nel tentativo di mantenere una certa stabilità e formare un esercito locale in grado di poter fronteggiare le costanti ribellioni da parte dei Talebani. Dal 20 dicembre, poco tempo dopo la presa di Kabul, anche le Nazioni Unite inviarono un contingente internazionale, International Security Assistance Force, per assicurare gli aiuti alimentari e mantenere la stabilità nella regione. Il contingente ONU attualmente è composto di circa 28.000 soldati, di cui 11.800 americani, 6.000 britannici, 2.700 tedeschi, 2.500 canadesi, 2.000 italiani, 2.000 olandesi e 975 francesi.

Il calcolo delle vittime civili in Afghanistan risulta piuttosto difficile. Molti hanno criticato la conta dei cadaveri fatta dal governo statunitense, falsata per motivi propagandistici. Secondo quanto riportato nel Dossier on Civilian Victims of United States' Aerial Bombing, redatto da Marc W. Herold, professore dell'Università del New Hampshire, e aggiornato al 2004, durante i bombardamenti statunitensi furono uccisi tra i 3.700 e i 5.000 civili. Soltanto tra giugno 2003 e luglio 2004, sono morte 1.563-1.989 persone (tra militari afgani e americani, civili e talebani). Fino ad ora, come riportato dal Washington Post, i militari statunitensi morti in Afghanistan sono 493.

Ciò che però risulta disastrosa è la situazione umanitaria in cui vessa la popolazione afgana. Le stime parlano di 1 milione e mezzo di persone che soffrono la fame e circa 7 milioni i (più del 20% della popolazione che, secondo le stime del 2007 conta 32 milioni di abitanti) che vivono in condizioni disagiate a causa degli sconvolgimenti politici e militari degli ultimi anni.

Il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna cominciarono a bombardare l'Iraq di Saddam Hussein, accusato di possedere le famigerate Armi di Distruzione di Massa e di finanziare il terrorismo internazionale di matrice islamica. A partire dalla Prima Guerra del Golfo, gli Stati Uniti avevano dichiarato l'Iraq "stato canaglia", il cui regime politico costituiva una minaccia per l'America e per la pace mondiale.

E già un anno prima dell'invasione erano cominciati i preparativi per spodestare il Rais. L'11 ottobre 2002, infatti, il Congresso votò l'autorizzazione all'intervento militare per "difendere la sicurezza degli USA contro la continua minaccia posta dall'Iraq; e per attuare tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU a questo riguardo". Nei mesi successivi, infatti, Stati Uniti cominciarono a incrementare la presenza militare in Kuwait.

Le armi di distruzione di massa – Tra il 2002 e il 2003, l'impegno maggiore dell'amministrazione Bush e del primo ministro britannico, Tony Blair, fu convincere la Comunità Internazionale che Saddam costituisse un serio pericolo per la pace mondiale. Il braccio di ferro con il Consiglio di Sicurezza ONU durò per più di un anno, da cui l'America decise di svincolarsi. L'ultimo tentativo di convincere le Nazioni Unite fu del Segretario di Stato, Colin Powell. Senza l'approvazione dell'ONU (in particolare con i voti contrari di Francia, Germania, Cina) il governo americano e britannico (sostenuti soltanto da Spagna e Bulgaria) stabilirono di invadere comunque il paese, decisione da molti ritenuta opinabile nell'ambito del diritto internazionale.

Il 15 febbraio 2003, in 800 città mondiali ci fu la più imponente manifestazione pacifista mai organizzata, alla quale presero parte più di 10 milioni di persone. Nonostante l'autorevole New York Times avesse definito l'opinione pubblica l'unica "superpotenza" mondiale in grado di contrastare Washington, il 22 marzo iniziarono i bombardamenti dell'Iraq.

La presa di Baghdad fu piuttosto rapida. La Coalizione, composta da 49 paesi tra cui la Spagna dell'allora primo ministro Aznar, la Polonia, il Giappone, il Portogallo e l'Italia, coadiuvate da un gruppo di militari curdi, riuscirono a mettere ko il regime in pochissimo tempo. Il 9 aprile gli americani entrarono a Baghdad; il giorno dopo, contemporaneamente al famoso abbattimento della statua di Saddam, i curdi entrarono a Kirk, ed il 15 aprile cadde anche Tikrit, la città natale di Saddam. La missione sembrava ormai compiuta. Durante un discorso a bordo della portaerei Abraham Lincoln, il 1° maggio 2003, il presidente Bush aveva alle spalle uno striscione che recitava proprio Mission Accomplished ("Missione Compiuta").

Ma l'ottimismo dei primi tempi fu subito rimpiazzato da un realismo necessario che mostrava un paese violento, in balia ad ogni forma di violenza (dai saccheggi dei musei agli attacchi alle truppe della coalizione). La cattura del Rais – Il 14 dicembre 2003, la quarta divisione di fanteria americana e i peshmerga (truppe paramilitari) curdi catturarono Saddam Hussein (l'"Asso di picche" del famigerato mazzo di carte con la faccia dei super ricercati del regime) nel villaggio di Al Dawr, vicino Tikrit, nel nord del paese. L'annuncio della cattura fu un vero show. Il famigerato nemico di Washington veniva mostrato alle televisioni di tutto il mondo sudicio, con la barba incolta e l'aria di chi si è rassegnato al proprio destino.

Il 19 ottobre 2005 iniziò il processo di primo grado contro Saddam Hussein per crimini contro l'umanità. Le accuse si riferivano alla strage di Dujail, una cittadina a venti chilometri da Baghdad dove, dopo un fallito tentativo attentato allo stesso Saddam, la repressione del regime ordinò l'esecuzione sommaria di 148 dissidenti sciiti. Il 26 dicembre 2006, Saddam fu condannato a morte per impiccagione dalla Corte d'Appello. Quattro giorni dopo il 30 dicembre, alle 6 del mattino, ora irachena, fu eseguita l'esecuzione, le cui immagini, riprese da un telefonino, fecero il giro del mondo.

Il discorso a Ground Zero

"Io vi sento. Tutto il mondo vi sente. E presto ci sentiranno quelli che hanno buttato giù questi palazzi". La famose frase di Bush pronunciata nel discorso del 14 settembre 2001 a Ground Zero, dove una volte sorgevano le Torri Gemelle.

La ''confessione'' di Bin Laden

Nel novembre 2001, le milizie statunitensi ritrovarono in una casa abbandonata di Jalalabad, in Afghanistan, una videocassetta in cui Bin Laden parlava con il connazionale Khaled al-Harbi, anche lui accusato di far parte al-Qaeda, dell'attentato alle Torri Gemelle del quale era a conoscenza da molto tempo prima. Il video, diffuso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti il 13 dicembre 2001, doveva costituire prova inconfutabile del coinvolgimento del saudita negli attentati dell'11 settembre. Ma fu anche oggetto di critiche, dato che il video era stato realizzato nei pressi di Jalalabad nella metà del mese di novembre, proprio mentre i caccia americani bombardavano la città.

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