Gli ultimi imperatori

A partire dal 1618, in seguito a una serie di rivolte innescate da una grave crisi economica, dalla Manciuria (attualmente regione nord-est della Cina) le tribù Manciù spodestarono i sovrani Ming, fondando nel 1644 quella che sarebbe stata l'ultima dinastia imperiale cinese, la dinastia Qing. L'impatto della nuova dinastia al comando fu fortissimo. I Mancesi imposero i loro costumi a tutto il paese (come quello di dover portare il tradizionale codino, pena la decapitazione) e impedirono ogni contatto tra gli Han e Manciù, proibendo i matrimoni misti.

Ma il tentativo di mantenere le tradizioni mancesi fallirono dopo poco: la mancanza di funzionari statali fece sì che in tutto il paese gli amministratori dell'impero fossero Han, così come a corte, alla lingua mancese (vicina ai dialetti della Siberia orientale) andò sempre più sostituendosi quella cinese. Sul finire del XVII secolo, l'imperatore Kang Xi, ormai "cinesizzato", favorì l'espansione territoriale della Cina verso l'Asia centrale nel 1717 e invase il Tibet. Ma fu con il nipote prediletto di Kang Xi, Qianlong, al regno dal 1735 al 1796, che il vasto paese asiatico raggiunse il suo massimo splendore, con uno sviluppo demografico ed economico senza precedenti.

Con Qianlong la presenza cinese in Tibet si consolidò. Inviò nuove truppe nel paese dalle altissime catene montuose, e il Dalai Lama, massima autorità temporale e spirituale del Tibet buddhista, divenne governatore del paese ma per preservare il protettorato, Pechino inviò un funzionario e una guarnigione cinese. Ma a partire dal XIX secolo, l'impero cinese intraprese una lunga fase di decadenza che lo porterà alla sua disfatta, nel 1912. Complici furono le divisioni interne (come la rivolta dei Taiping), la corruzione dell'intero apparato amministrativo e le tensioni con le potenze occidentali, culminate nelle due guerre dell'oppio e il Protocollo dei Boxer.

I primi sforzi industriali riguardarono il settore navale, grazie anche alla presenza occidentale nei maggiori porti cinesi. Nel 1890 venne aperto nella città di Hanyang un importante arsenale militare, e nello stesso anno anche il settore tessile cominciò a beneficiare dell'innovazione tecnologica. Il progresso, però, sembrò raggiungere solo alcune zone del paese, i cosiddetti "distretti industriali", cioè aree dove vi era una grossa concentrazione di industrie, soprattutto per mancanza di un tempestivo sviluppo della rete ferroviaria.

Solo dopo la rovinosa guerra contro il Giappone, la classe politica cinese comprese l'importanza dello sviluppo industriale, basato sul modello occidentale. Così, a partire dai primi anni del XX il governo di Pechino creò un ministero dedicato all'agricoltura, industria e commercio, e fece pubblicare il primo Codice commerciale. A livello mondiale, la rivoluzione industriale portò con sé un elemento che scosse dal basso anche le società cinese, l'espansionismo occidentale. La Cina divenne sempre più terra di conquista da arte della nazioni europee, sia da un punto di vista territoriale che commerciale.

Gli strati più poveri della popolazione cinese (che sul finire del XIX secolo ammontava già a 450 milioni) subirono le ripercussioni del processo di modernizzazione, stretti da un lato dalla sempre maggior pressione fiscale, dall'altro dallo sfruttamento produttivo. Il primo movimento rivoluzionario, avverso alla presenza straniera fu quello della Società del Pugilato Giusto e Armonioso (Yihequan), conosciuta in Europa come Boxer. Il fallimento della rivolta del 1900 contro gli ambasciatori stranieri e le missioni cristiane, portò Pechino sul baratro. L'imperatrice si vide costretta ad accettare le dure condizioni imposte dalle nazioni vincitrici, lasciando libero accesso alla presenza straniera, che ormai gestiva tutti i maggiori scali commerciali del paese.

[Nell'immagine: Pu Yi ultimo imperatore della Cina reso famoso dal film di Bertolucci]

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