Il Cile dall'indipendenza all'elezione di Allende

In seguito al raggiungimento dell'indipendenza dalla Spagna (dichiarata nel 1818 e divenuta effettiva nel 1844), il paese conobbe pochi periodi turbolenti, per lo più legati alle dispute territoriali con i paesi confinanti come Bolivia e Perù. A partire dai primi anni del secolo scorso, andò formandosi una ricca classe borghese, legata soprattutto all'estrazione del rame (di cui il Cile è molto ricco).

Prima dei tragici eventi che portarono al potere Augusto Pinochet, la politica cilena fu caratterizzata dalle presidenze del Generale Carlos Ibáñez del Campo, in carica dal 1927 al 1931 (dal 1924 era stato ministro dell'interno del governo) e dal '52 al '58, e di Arturo Alessandri (dal 1920 al 1924 e dal '32 al '38).

Appoggiato dai sindacati e dalle f orze progressiste del paese, nel 1920 Alessandri (figlio di un immigrante italiano) riuscì a conquistare la sua prima presidenza, nonostante l'opposizione del Congresso (controllato dai conservatori). Sotto la spinta dei militari (che a partire dal 1924 avevano duramente protestato contro il governo), Alessandri fu costretto a dimettersi e alle elezioni dello stesso anno venne eletto Emiliano Figueroa (sostenuto dai partiti conservatori e dai militari). Nonostante avesse "solo" l'incarico di ministro della guerra, prima, e degli interni, dopo, il potere era di fatto nelle mani del Generale Ibáñez (le sue pressioni, infatti, portarono lo stesso Figueroa alle dimissioni nel 1927).

Eletto con il 98% delle preferenze, Ibáñez riuscì a creare nuovi posti di lavoro e a dare una struttura politica stabile al paese, ma la sua popolarità precipitò in seguito al crollo di Wall Street nel 1930. Seguirono una serie di pesanti scioperi e disordini che portarono Ibáñez a rassegnare le dimissioni e andare in esilio nel luglio del 1931. Le rivolte continuarono fino al 1932, quando Alessandri venne rieletto con il sostegno dei partiti di sinistra. La seconda amministrazione di Alessandri condusse il Cile verso la ripresa e una maggiore stabilità politica.

Un anno dopo tornò al potere Ibáñez, sostenuto dai gruppi di estrema destra. Nel 1938 si candidò alle presidenziali, ma poco prima delle elezioni, i gruppi nazisti tentarono un colpo di stato contro Arturo Alessandri. Le forze governative riuscirono a fermare i golpisti e arrestarono tutti i responsabili, costringendo così Ibáñez ad abbandonare la corsa elettorale, che fu vinta da Pedro Aguierre, sostenuto dai partiti di sinistra (e dallo stesso Ibáñez). Negli anni successivi, mentre Alessandri si era ritirato dalla vita politica, Ibáñez continuò ad essere il punto di riferimento di una serie di cospirazioni militari contro le presidenze Juan Antonio Ríos (1942-'46) e Gabriel González Videla ('46-'52).

Nel 1948, sotto pressione statunitense, Videla promulgò promulgò la Ley de Defensa de la Democracia (Legge per la difesa della democrazia) con la quale veniva messo al bando il Partito Comunista. Molti iscritti al partito furono rinchiusi nella prigione di Pisagua (già luogo di detenzione degli oppositori politici di Ibáñez, e in seguito utilizzata dal regime di Pinochet), e altri più illustri, come il poeta Pablo Neruda, furono mandati in esilio.

Nel 1952 Ibáñez decise di tornare alla politica attraverso metodi più democratici e si candidò alle presidenziali, ottenendo il sostegno del Partito Agrario-Laborista (centro-destra), del Partito Social-Popolare (sinistra) e di un cospicuo gruppo di femministe (a guidare la sua campagna c'era María de la Cruz, attivista politica, nonché la prima donna cilena ad ottenere un seggio in Senato). Nonostante la promessa di rinnovare lo scenario politico ("scopare via" la corruzione e il malgoverno), la seconda amministrazione Ibáñez fu di modesto successo. I problemi maggiori riguardarono la crescita economica (che si fermò al 2,5%) e l'innalzamento dei prezzi del trasporto pubblico (che salirono del 50%).

Dopo la presidenza di Jorge Alessandri (1958-64), figlio di Arturo (sostenuto dai partiti conservatori), le elezioni del 1970 furono vinte dal senatore Salvador Allende, a capo della coalizione Unidad Popular (a cui appartenevano tutti i partiti della sinistra cilena, dai socialisti ai radicali). La vittoria di Allende non fu schiacciante (ottenne solo il 36% dei voti contro Radomiro Tomic - partito Cristiano Democratico - e Jorge Alessandri - conservatori), secondo la costituzione, la scelta del candidato toccava al Congresso che, nonostante le pressioni statunitensi, nominò Allende 29° presidente cileno.

[Nell'immagine: Arturo Alessandri]

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