Britishness e multiculturalismo

Nell’era della globalizzazione chi sono i britannici? Dopo secoli di dominazione, si sono riversati per le strade di Londra, Liverpool, Leeds, Manchester, una miriade di popoli provenienti dagli angoli più remoti dell’impero.

In una società inevitabilmente cosmopolita, la cosiddetta Britishness (termine piuttosto intraducibile che si riferisce alla cultura e all’identità britannica) sembra smarrirsi tra i bazar arabi e le spezie indiane.

Eppure, nel corso dei secoli, l’espansione coloniale era stata giustificata, da un punto di vista sociale e politico, proprio attraverso il concetto di superiorità etnica e culturale, laddove l’identità dominante doveva essere bianca, britannica e di sesso maschile.

Osservando la moderna Gran Bretagna, però, poco rimane della Britishness vittoriana che, con tutte le sue contraddizioni, si è imposta come modello sociale per tutto il XIX secolo. Al contrario, molti dei grandi cambiamenti del ‘900 hanno avuto origine proprio nella patria di Shakespeare, dalla rivoluzione sessuale, ai Beatles e alle minigonne di Mary Quant.

[Nell'immagine: I Beatles]

Melting pot

Sul finire dello scorso millennio, quella che fu la capitale dell’impero è diventata la città simbolo dell’accoglienza post-coloniale, nel tentativo di realizzare il moderno Melting Pot, letteralmente “crogiolo”, cioè luogo dove le più disparate culture possono incontrarsi, convivere pacificamente e integrarsi. Ma il sogno di una Londra multietnica rischia di sgretolarsi sotto il peso di quella che può dirsi la vera minaccia del nostro tempo. Sebbene gli attentati del 7 luglio 2005 portassero la firma di Al-Qaeda, organizzatori e kamikaze, erano immigrati pachistani di seconda generazione, quindi sudditi di Sua Maestà.

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