Dall'unificazione alla Polonia comunista

Nel 1795, Germania, Russia e Prussia si suddivisero il territorio polacco, cancellando la nazione dalle cartine geografiche. Solo nel 1918, la Polonia ottenne l'indipendenza grazie al maresciallo Józef Klemens Pilsudski che, ben presto si trasformò in uno spietato dittatore a capo di un regime militare.

Pochi anni dopo la morte di Pilsudski, nel 1939, la Polonia fu il primo paese europeo ad essere invaso dalla Germania di Hitler. In risposta la Russia inviò l'Armata Rossa e le due potenze si spartirono la Polonia a metà.

Gli anni della guerra furono durissimi per tutta l'Europa, ma per la Polonia coincise con l'eliminazione di milioni di persone, in particolare della più grande comunità ebrea di tutto il continente. Nel più terribile campo di sterminio nazista, simbolo della più assurda crudeltà, Auschwitz a pochi chilometri da Cracovia, si stimano siano morte 1.500.000 persone.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, e la conseguente sconfitta della Germania, la Polonia entrò nella sfera d'influenza sovietica e dal 1948 al 1952 furono gettate le basi per la nascente Repubblica Popolare Polacca. Gli anni di dittatura socialista furono caratterizzati da una dura repressione.

Dopo le rivolte del 1956, il regime fu costretto a cambiar rotta scarcerando molti dissidenti politici e garantendo maggiori libertà, soprattutto di culto. La Polonia, infatti, è da sempre un paese molto cattolico. Nei primi anni, ispirandosi al rigore stalinista, il governo aveva fatto chiudere le chiese, imponendo una dura repressione religiosa. Del resto, a partire dalla seconda metà degli anni '70, proprio la chiesa diede un contributo fortissimo al disfacimento del regime socialista.

[Nell'immagine: Józef Klemens Pilsudski]

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