La fine di Ben Ali e la primavera araba

Tutto ha avuto inizio il 17 dicembre dello scorso anno, quando il venditore ambulante di frutta e verdura, Mohamed Bouazizi, dopo l'ennesimo sequestro da parte della polizia, decise di darsi fuoco di fronte al palazzo del governatore nella città di Sidi Bouzid.

Nel giro di pochi giorni, centinaia di persone cominciarono a scendere in piazza spontaneamente, dopodiché le manifestazioni si estero in tutta la Tunisia. Tra l'8 e il 9 gennaio, in migliaia riempirono le maggiori città tunisine per protestare contro il presidente Ben Ali. I primi scontri tra manifestanti e forze dell'ordine portarono, nella sola notte tra l'8 e il 9, a 23 morti e un centinaio di feriti.

Motivo della protesta erano l'impennata dei prezzi dei beni primari, come pane e latte, e il crescente tasso di disoccupazione. Il 10 gennaio, a fronte di una rivolta che andava espandendosi sempre più, Ben Ali, in un discorso in televisione, promise di venire incontro alle richieste del popolo attraverso la creazione di 300.000 nuovi posti di lavoro e l'innalzamento degli standard di vita.

Nel frattempo che il presidente si mostrava disposto a dialogare con gli oppositori, le forze di polizia, ancora fedeli a Ben Ali, reprimevano nel sangue la rivolta. Attraverso filmati e foto postate sul web, le notizie dei pestaggi e della dura repressione fecero il giro della Tunisia (e di tutto il mondo).

Nel tentativo di ottenere un riavvicinamento con il popolo, il 12 gennaio, il primo ministro Mohamed Ghannouchi destituì il ministro degli interni Rafiq Belhaj Kacem con l'accusa di essere responsabile della repressione armata. Nonostante ciò, le barricate e la rabbia dei rivoltosi non accennarono a diminuire.

L'evento cruciale che portò alla fine del regime di Ben Ali, fu il rifiuto di Rachid Ammar, capo di stato maggiore dell'esercito, di sparare sui manifestanti. Il 13 gennaio, infatti, Ghannouchi annunciò alla tv tunisina la destituzione di Ben Ali, il quale lasciò la Tunisia, per trovare rifugio in Arabia Saudita.

Secondo quanto dettato dalla Costituzione, la presidenza del paese andò a Fouad Mebazaâ, Presidente della Camera. La repressione della rivolta, però, non si arrestò con la fuga di Ben Ali, anzi gli scontro proseguono a Cartagine intorno al palazzo presidenziale. Secondo le stime delle Nazioni Unite, le rivolte causarono 219 morti. Come conseguenza delle rivolte, furono banditi dalle elezioni la maggioranza dei membri del Partito Democratico Costituzionale, il partito di Ben Ali. Le elezioni, fissate in un primo momento per il 24 luglio 2011, furono in seguito rimandate di tre mesi per motivi organizzativi.

Secondo quanto stabilito dal governo di transizione composto anche da esponenti dell'opposizione parlamentare ed extraparlamentare e presieduto da Ghannouchi fino al 27 febbraio e in seguito da Béji Caïd Essebsi, dalle urne dovranno uscire i 260 membri del Parlamento i quali avranno il compito di scrivere una nuova costituzione.

[Nell'immagine: Manifestanti contro Ben Ali]

Internet e i militari

Le rivolte del gennaio 2011 che hanno portato alla destituzione di Ben Ali hanno in sé il segno dei tempi. Internet è stato lo strumento principale attraverso il quale migliaia di persone si sono tenute in contatto durante i giorni di rivolta. Il tam tam sui social network non solo ha fatto circolare le informazioni su quanto accadeva, ma ha anche reso possibile l'organizzazione stessa delle manifestazioni. Il potere del web, però, non è abbastanza per destituire un dittatore, come dimostra la situazione ancora in bilico negli altri paesi investiti dalla cosiddetta primavera araba. La stoccata finale che ha fatto crollare il regime di Ben Ali è arrivata dall'esercito. La scelta di Rachid Ammar di non sparare sui dimostranti, infatti, ha giocato un ruolo importantissimo. In più, secondo diverse fonti, pare che tra il 12 e il 13 gennaio un gruppo di alti ufficiali tunisini abbia fatto pressione sull'ex presidente e l'abbia convinto a lasciare il paese

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