L'Uganda sotto la dittatura di Amin Dada

Nel gennaio del 1971, mentre il presidente Milton Obote era all’estero, con un colpo di stato prese il potere il generale maggiore Idi Amin Dada. Ex membro della British Colonial Army, Amin, grazie all’appoggio militare e economico di Stati Uniti e Israele, dichiarò guerra alle tribù Lango e Acholi sostenitori di Obote, causando, secondo quanto riportato dal New York Times, circa 300.000 morti in poco più di 8 anni.

Uno dei primi provvedimenti di Amin fu la cacciata di 60.000 asiatici residenti in Uganda. Sin dai primi anni della colonizzazione, gli asiatici avevano giocato un ruolo fondamentale all’interno dell’economia ugandese, pertanto la decisione di Amin fu un boomerang per le finanze del paese.

Nel 1976, la politica estera di Amin cambiò direzione. L’episodio più clamoroso fu l’espulsione dal territorio ugandese dei tecnici israeliani giunti per mettere in salvo i passeggeri del volo AirFrance, partito da Tel Aviv e diretto a Parigi, ma dirottato dai terroristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) sulla città ugandese di Entebbe. Con questa decisione, Amin ottenne il supporto di molte nazioni arabe, tra cui la Libia.

Nel 1976 Amin si auto-proclamò presidente a vita dell’Uganda e dopo due anni invase la Tanzania nel tentativo di annettere la regione meridionale del Kagera. La reazione della vicina nazione fu tale da spodestare lo stesso Amin.

Nella deposizione del dittatore giocò un ruolo fondamentale il Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Uganda (UNLF, acronimo dall’inglese Uganda National Liberation Front), composto da gruppi organizzati di dissidenti rifugiati in Tanzania. All'interno dell’UNLF oltre all’ex primo ministro Milton Obote, militarono Tito Okello, provenente dalle regioni settentrionali, e l’attuale presidente, Yoweri Museveni. Personaggi che avrebbero caratterizzato gli anni del post-Amin.

[Nell'immagine: Il dittatore Idi Amin Dada]

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