Gli accordi di Oslo

Grazie ad imponenti sforzi diplomatici, voluti soprattutto dall'amministrazione Clinton, il 20 agosto 1993, ad Oslo, in Norvegia, Israele e l'Organizzazione Nazionale per la Palestina (OLP) siglarono una serie di accordi che, almeno nelle intenzioni, avrebbero portato ad una risoluzione del conflitto, il tutto suggellato da una storica stretta di mano tra Itzhak Rabin primo ministro israeliano e Yesser Arafat, rappresentante dell'OLP.

Gli accordi di Oslo furono successivamente ratificati a Washington il 13 settembre 1993. Alla cerimonia parteciparono in veste di garanti Warren Christopher, segretario di stato statunitense, Andrei Kozyrev ministro degli esteri russo, e lo stesso presidente americano Bill Clinton.

Israele si impegnò a lasciare entro un anno la Striscia di Gaza e la Cisgiordania (entrambe occupate da Israele tra il 1967, la guerra dei 6 giorni, e il 1973, il conflitto dello Yom Kippur), concedendo i Territori Occupati sotto la guida di una Autorità Nazionale Palestinese nata dalle ceneri dell'OLP, che rinunciava alla lotta armata e al terrorismo, e la conseguente accettazione dell'esistenza di uno stato ebraico.

L'obiettivo dei negoziati era di stabilire un'autorità palestinese di autogoverno ad interim, un consiglio eletto per il popolo palestinese della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, per un periodo transitorio di non più di cinque anni, che portasse a un insediamento permanente basato sulle risoluzioni 242 e 338 dell'ONU (la prima risoluzione è relativa alla guerra dei 6 giorni, la seconda a quella dello Yom Kippur).

Al tempo stesso, questioni annose come lo status giuridico di Gerusalemme, i rifugiati palestinesi e gli insediamenti israeliani nell'area vennero deliberatamente esclusi dagli accordi e lasciati in sospeso. La ratifica del trattato rappresentò un passo decisivo verso la risoluzione pacifica del conflitto che per decenni aveva tinto di sangue la mezzaluna fertile.

Il 30 settembre del 1994, ad un anno dagli accordi di Oslo, infatti, la Lega Araba pose fine all'embargo contro Israele e con i paesi che facevano affare con lo stato ebraico. E un anno dopo, venne firmata la seconda parte degli accordi di Oslo, con cui nasceva l'Autorità Nazionale Palestinese e la polizia palestinese. Il 26 ottobre 1994, inoltre, fu siglato un accordo di pace a Wadi Araba (città posta tra lo stato di Israele e la Giordania) tra Israele e il governo di Amman.

Ma se la comunità internazionale, e in particolare l'amministrazione Clinton, cantavano vittoria, sul fronte interno la situazione continuò a rimanere tesa, fino a quando gli sforzi diplomatici subirono un improvviso colpo d'arresto: il 4 novembre 1995 durante una manifestazione pacifista a Tel Aviv il primo ministro Rabin fu ucciso da un estremista conservatore israeliano, Yigal Amir, convinto che Israele non avrebbe dovuto trattare con i paesi arabi e il nemico palestinese. Uccidendo Rabin, Amir era convinto che avrebbe fermato il processo di pace e gli accordi di Oslo. E, in qualche modo, così fu.

L'assassinio del primo ministro israeliano ebbe un'eco enorme in tutto il mondo, e anche in quello arabo. Ai funerali, che si tennero due giorni dopo a Gerusalemme, parteciparono leader occidentali (Clinton, il primo presidente russo Chernomyrdin, il presidente dell'UE Felipe González e il segretario ONU Boutros-Ghali), ma anche i capi di stato arabi, re Hussain di Giordania, il presidente egiziano Mubarak, Arafat fu invitato ma decise di non partecipare, esprimendo le proprie condoglianze in pubblico).

[Nell'immagine: Rabin e Arafat alla consegna del Nobel per Pace nel 1994]

Condividi questa pagina