Le operazioni in Libano e l'operzione Piombo fuso

Il 12 luglio 2006, le milizie Hezbollah (partito sciita libanese, filo iraniano) aggredirono un gruppo di militari israeliani che stava pattugliando il confine tra i due paesi, causando la morte di 7 soldati. La risposta da parte dello stato ebraico fu immediata, con pesanti bombardamenti aerei non solo nel Libano meridionale (la regione che confina con Israele e che ospita il maggior numero di militanti di Hezbollah).

In 35 giorni di conflitto, Israele distrusse molte infrastrutture civili e l'aeroporto di Beirut, utilizzato, secondo il governo di Tel Aviv, come base per l'importazioni delle armi. La risposta dei combattenti sciiti fu altrettanto dura, con una serie di attacchi al nord di Israele. Il cessate il fuoco arrivò l'11 agosto da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, senza che nessuno delle due forze in campo avesse raggiunto una reale vittoria.

Mentre Hezbollah e Israele proclamavano entrambe vittoria, si faceva la conta delle vittime: migliaia di persone (per lo più civili libanesi) e quasi un milione di profughi. Secondo le stime del Ministero della salute libanese, le vittime locali furono 1.123, di cui 37 tra soldati e ufficiali di polizia, 894 vittime identificate e 192 non identificate. In questo caso, infatti, la conta dei morti non servì a molto per decretare il successo di una campagna militare, dato che la maggior parte dei guerriglieri Hezbollah non vestivano uniformi militari.

Il cessate il fuoco coincise con l'ennesima risoluzione ONU sul conflitto in Medio Oriente, la 1701. La risoluzione, approvata nei giorni seguenti sia dal governo israeliano che da quello libanese, aveva come oggetto il disarmo di Hezbollah e il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, con lo spiegamento di soldati libanesi e di una Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) nel sud del Libano, posto sotto il comando italiano.

Piombo fuso – A partire dal 2006, il conflitto israelo-palestinese divenne il conflitto tra lo stato ebraico e Hamas (movimento politico-militare radicale nato a Gaza nel 1987). Se negli anni passati, l'ANP, a partire dal 2005 presieduta da Mahmud Abbas – conosciuto soprattutto con il suo titolo onorifico, Abu Mazen – riconosceva l'esistenza dello stato ebraico e cercava di portare avanti la trattativa per la fine del conflitto, Hamas guadagnava sempre più consensi.

Nelle consultazioni elettorali del gennaio del 2006, Hamas riuscì a guadagnare ben 76 dei 132 seggi della camera, contro i 43 di Al-Fatah (l'organizzazione fondata da Arafat, con posizioni molto più moderate). La vittoria di Hamas portò ad un conflitto interno tra le due fazioni che si concluse nel giugno del 2007 con la presa militare di Hamas di tutta la strascia di Gaza (mentre l'ANP e diversi rappresentanti di Al-Fatah rimasero confinati in Cisgiordania).

A partire dal 2001, Hamas (che non solo non riconosce il diritto di Israele ad esistere, ma ha come scopo la sua distruzione e la creazione di uno stato islamico in Palestina) aveva intensificato il lancio di razzi Qassam contro obiettivi israeliani (sia militari che civili), causando, a varie riprese, l'intervento militare da parte del governo di Tel Aviv.

Nel dicembre 2008, dopo un rincorrersi di segnali di tregua e ripresa delle ostilità, Israele lanciò l'operazione Piombo Fuso, il cui scopo era distruggere le basi militari di Hamas, ma soprattutto la rete di tunnel sotterranei di collegamento con l'Egitto (attraverso i quali avviene anche il contrabbando di generi di consumo), con il solo scopo di impedire l'approvvigionamento di armi da parte di Hamas e delle altre fazioni paramilitari.

Dopo tre settimane di bombardamenti, in cui persero la vita circa 1.300 palestinesi, la situazione a Gaza continuò a rimanere tesa. Nonostante i molteplici interventi del presidente statunitense Barack Obama (compresa la richiesta fatta a Israele di rientrare nei confini antecedenti al 1963), la pace tra i due paesi sembra essere ancora molto lontana.

[Nell'immagine: Ariel Sharon e Ehud Olmert]

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