L'Euro

Dalla nascita alla crisi

L'Europa delle banche, come spesso viene definita l'Unione Europea, una volta era l'Europa dell'acciaio. La UE è l'evoluzione della CECA, la Comunità europea del carbone e dell'acciaio, ideata dal politico francese, Jean Monnet. Il compito della CECA era regolamentare il mercato legato all'industria pesante (in quegli anni settore fondamentale per l'economia continentale) limitando così i motivi di attrito tra le varie nazioni. Come evoluzione "naturale" della CECA, i cui membri fondatori furono Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Germania Ovest e Italia, nel 1957 a Roma, nacque la Comunità Economica Europea (CEE), attraverso la quale si ambiva creare un mercato economico e finanziario omogeneo per tutti i paesi aderenti.

Nel 1979, fu introdotto un vero e proprio Sistema Monetario Europea (SME), all'interno del quale le nazioni CEE vincolavano le loro monete per prevenire fluttuazioni troppo alte. Parallelamente fu introdotta la prima moneta europea "virtuale", l'ECU European Currency Unit, ovvero "unità di conto europea", utilizzata per depositi bancari e per i travelers' cheques (assegni bancari utilizzabili anche all'estero).

Nel 1989, fu adottato il Rapporto Delors (dal nome del presidente della Commissione CEE), un piano economico che avrebbe portato alla realizzazione di una moneta unica e all'ampliamento delle competenze della Comunità Europea alla politica estera, alla sicurezza comune, nonché la cooperazione in materia di giustizia e polizia. Nel 1990, il Sistema Monetario Europea (SME) divenne l'Unione Economica e Monetaria (UEM), cioè un mercato unico in cui sarebbe circolata una moneta unica.

Maastricht e la nascita dell'Euro
Il primo passo per la nascita della moneta unica fu fatto il 7 febbraio 1992, nella cittadina olandese di Maastricht, dove 12 membri della Comunità Europea firmarono lo storico accordo, con il quale venivano sanciti i Tre Pilastri dell'Unione Europea, cioè, le strutture normative sulle quali si fonda l'architettura politica e monetaria dell'Unione. Da un punto di vista costituzionale, i principi adottati sono due: da una parte il metodo comunitario (cioè ridurre il ruolo dei Governi nazionali in favore delle istituzioni comunitarie, quali la Commissione, il Consiglio dell'Unione, il Parlamento Europeo e) e dall'altro la cooperazione intergovernativa (il potere decisionale rimane nelle mani dei singoli Stati Membri i quali si impegnano a cooperare con gli altri).

In quell'occasione, oltre alla moneta unica, fu istituita la Banca Centrale Europea (BCE). Entrambi divennero effettive il primo gennaio 1999. A Maastricht, inoltre, furono indicate le linee guida per l'entrata dei paesi membri nella cosiddetta Eurozone, tra cui la famosa soglia del 3%, cioè la percentuale di deficit del prodotto interno lordo oltre la quale uno stato perdeva i requisiti per l'ammissione. Gli accordi di Maastricht, però, furono respinti con un referendum in Danimarca, mentre in Francia furono approvati con solo il 50,4% dei "Sì". Il governo britannico, inoltre, decise di non entrare a far parte dell'Unione economica e monetaria. Per rispondere al diniego di uno dei paesi fondatori, fu introdotto il principio di opt-out, cioè l'opzione per i paesi membri di far parte della UE senza dover entrare anche nella cosiddetta Eurozone.

I primi paesi a rispondere ai parametri stabiliti dal Trattato di Maastricht, e quindi in grado di adottare la moneta unica, furono 11, Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna, mentre la Grecia aderì nel 2001. Così, a partire dal primo gennaio 2002, l'Euro entrò nella vita di circa 320 milioni di cittadini europei. Ma il numero era destinato a crescere, dal primo gennaio 2007, infatti, anche la Slovenia adottò la moneta unica, un anno dopo lo stesso fecero Cipro e Malta, mentre il primo gennaio 2009 è entrata anche la Slovacchia.

La crisi
Quando Walter Hallstein, il primo presidente della Commissione Europea, paragonò l'Europa ad una bicicletta che "deve continuare a muoversi oppure cade", forse non pensava ad una bicicletta costretta a viaggiare con due velocità diverse (o addirittura tre). Ancora meno poteva immaginare che il rischio di fermarsi potesse diventare reale. Negli ultimi anni, sono in tanti a mettere in dubbio l'esistenza stessa della moneta unica. La crisi economica mondiale, partita nel 2007 negli Stati Uniti, con lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento di colossi creditizi come Lehman Brothers, si è trasformata in una spada di Damocle per tutte le nazioni che appartengono alla Eurozone. La crisi del debito sovrano in Europa, che ormai è sotto gli occhi di tutti, infatti, è il risultato di una combinazione di fattori complessi, tra cui la globalizzazione della finanza, le condizioni creditizie che a partire dal lontano 2002 hanno incoraggiato pratiche di credito ad alto rischio, la crisi finanziaria globale iniziata 5 anni fa, le bolle immobiliari (in particolare quella spagnola) e gli approcci non coordinati che i singoli stati hanno utilizzato per salvare le industrie bancarie in difficoltà.

Per molti analisti, la crisi europea è molto più politica che economica. In un editoriale pubblicato dal New York Times nel giungo di quest'anno, Thomas L. Friedman, vincitore di 3 Premi Pulitzer, scriveva: "in Europa, una iper-connessione delle economie ha mostrato come alcune di queste non erano competitive, ma anche quanto siano diventate interdipendenti. È stata una combinazione letale. Quando paesi con culture così diverse diventano così interconnesse e interdipendenti, quando si condivide la stessa economia, ma non la stessa etica del lavoro, la stessa età di pensionamento, o la stessa disciplina di bilancio, si finisce con i risparmiatori tedeschi infuriati con i lavoratori greci, e vice versa."

L'euro, infatti, circola in paesi che hanno un'unione economica, ma non fiscale. Ogni stato membro, infatti, può gestire in maniera autonoma il proprio prelievo fiscale. A differenza della Federal Reserve (la banca centrale americana), la Banca Centrale Europea ha solo autorità economica, ma nessuna in materia di occupazione e regolamentazione dei prezzi. Tra l'altro, se la moneta è unica, i depositi bancari nell'eruozona sono assicurati dalle agenzie dei singoli paesi, per cui l'impossibilità di uno stato di pagare i propri creditori, e il conseguente fallimento porterebbe ad un'uscita dall'euro (le cui conseguenze non sono ancora ben chiare). Al tempo stesso, i singoli Stati non possono più agire in modo indipendente. Dal momento che l'appartenenza della zona euro prevede una politica monetaria unica, i paesi membri non possono stampare moneta per pagare i creditori ed evitare il rischio di default (un meccanismo questo molto usato negli anni pre-euro, per cui stampando nuova moneta, la valuta di un paese veniva svalutata, così si aumentavano le esportazioni e di conseguenza l'economia).

Infine, a livello politico, nell'area euro le decisioni devono essere prese all'unanimità, con il consenso di tutti e 17 gli stati membri. È inevitabile che, di fronte ad un mondo che viaggia ad una velocità altissima, un meccanismo del genere è piuttosto rallentato e necessita una continua mediazione politica.

Condividi questa pagina