La crisi degli ostaggi americani in Iran

L’America col fiato sospeso per 444 giorni

Dal 4 novembre 1979 al 20 novembre 1980, l'America visse col fiato sospeso per la cattura di 52 diplomatici dell'ambasciata statunitense a Teheran, capitale dell'Iran. Nel 1979, l'Ayatollah Ruhollah Khomeini, massima autorità religiosa nell'Iran (paese islamico a maggioranza sciita), guidò la rivolta contro lo Shah (il re) di Persia (antico nome dell'Iran) Mohammad Reza Pahlavi, trasformando il paese da monarchia in teocrazia.

Le rivolte contro lo Shah iniziarono nel gennaio del 1978. Il 1° febbraio dell'anno successivo Khomeini ritornò a Teheran dove venne accolto come capo indiscusso del paese. Undici giorni dopo l'esercito fedele allo Shah si arrese alle truppe ribelli e il 1° aprile 1979, con un referendum popolare, l'Iran fu proclamata Repubblica Islamica.

Per molti storici, la rivoluzione iraniana costituì un evento di massima rilevanza per il fondamentalismo islamico che, per la prima volta nella storia, da movimento religioso d'opposizione, diventava forza politica. Sin dai primi scontri tra milizie governative e ribelli islamici, Pahlavi lasciò il paese per un primo periodo d'esilio in Egitto. Ma, nel 1979, quando le sue condizioni di salute si aggravarono, lo Shah dovette riparare negli Stati Uniti per ricevere un trattamento medico adeguato.

L'episodio ebbe un'eco molto pesante all'interno del movimento rivoluzionario iraniano, e con molta probabilità fu la scintilla che portò al rapimento dei 55 ostaggi americani. Il 4 novembre 1979 alle 6:30, un folto gruppo di studenti islamici, seguaci di Khomeini, irruppe nell'ambasciata americana a Teheran prendendo in ostaggio l'intero corpo diplomatico.

6 americani riuscirono a riparare nelle vicine ambasciate svizzere e canadesi e tornarono negli States il 28 gennaio 1980 usando passaporti canadesi. sequestratori, dichiarandosi solidali con le minoranze oppresse e per il ruolo speciale delle donne nell'Islam, liberano pochi giorni dopo un diplomatico afroamericano e 13 donne. Nel luglio 1980, fu liberato il viceconsole americano, Richard Queen, dopo che gli fu diagnosticata una forma di sclerosi multipla.

Subito iniziarono le trattative diplomatiche, ma senza grandi successi. Così, il 24 aprile 1980, l'amministrazione Carter lanciò l’operazione militare Eagle Claw per liberare gli ostaggi, ma fu l’ennesimo fallimento, se si considera che nelle operazioni persero la vita anche otto soldati. Solo il 19 gennaio 1981 la diplomazia americana e quella iraniana siglarono una serie di accordi ad Algeri, in cui gli Usa si impegnavano a non interferire nella politica interna del paese mediorientale. Artefice degli accordi fu Warren Minor Christopher, futuro segretario di stato della prima amministrazione Clinton. Il 20 gennaio 1981, poche ore dopo l’elezione del nuovo presidente Ronald Reagan, i 52 ostaggi tornarono negli Stati Uniti.

Nel 1989 la politologa Barbara Honegger pubblicò un libro, October Surprise, che fece molto scalpore. Ex collaboratrice per le pari opportunità dell'amministrazione Reagan dal 1980 al 1983, la Honegger accusava alcuni membri del comitato elettorale del futuro presidente di aver trattato un accordo segreto con la Repubblica Islamica di Iran, generalmente chiamato proprio October Surprise.

La Honegger accusava William Casey e altri collaboratori di Reagan di aver incontrato, tra luglio e agosto 1980 all'Hotel Ritz di Madrid, una delegazione iraniana per ritardare la consegna degli ostaggi fino al giorno delle elezioni presidenziali, il 20 novembre dello stesso anno. Nei sondaggi, Reagan era in netto vantaggio sul suo avversario, l’allora presidente Jimmy Carter. Secondo la Honegger il rischio di una consegna degli ostaggi avrebbe potuto aumentare la popolarità di Carter (una sorpresa d’ottobre, appunto), il cui team stava negoziando con le autorità iraniane. In cambio, Casey avrebbe promesso sostanziosi aiuti militari all'Iran.

Anche il settimanale Newsweek e il quotidiano New York Times intrapresero una serie di indagini, portando alla luce alcuni documenti appartenuti allo staff del presidente riguardanti la crisi iraniana del 1979. Ma diversamente da quanto era successo per lo scandalo Watergate, le indagini delle due testate giornalistiche non incrinarono minimamente la popolarità di Reagan che, anche dopo il più grave scandalo Iran-Contra, finì i suoi due mandati in un vero e proprio bagno di folla.

[Nell'immagine: Alcuni degli ostaggi americani in Iran mostrati al pubblico il giorno dopo il loro rapimento, il 4 novembre 1979]

Ahmadinejad, uno dei sequestratori?

Secondo quanto riportato dai media americani nel 2005, tra i sequestratori del 1979 figurava anche un giovane Mahmoud Ahmadinejad, attuale presidente iraniano. Da Teheran giunse immediatamente la smentita. Anzi, Abbass Abdi, leader dell’operazione all’ambasciata americana, disse che Ahmadinejad "voleva unirsi a noi, ma ci rifiutammo di lasciarlo entrare nell’ambasciata". Le stesse deposizioni dei sequestrati sono discordi su un’ipotetica partecipazione dell’attuale presidente iraniano, oggi nemico numero uno di Washington.

October Surprise

Nel 1989 la politologa Barbara Honegger pubblicò un libro, October Surprise, che fece molto scalpore.

Ex collaboratrice per le pari opportunità  dell'amministrazione Reagan dal 1980 al 1983, la Honegger accusava alcuni membri del comitato elettorale del futuro presidente di aver trattato un accordo segreto con la Repubblica Islamica di Iran, generalmente chiamato proprio October Surprise.

La Honegger accusava William Casey e altri collaboratori di Reagan di aver incontrato, tra luglio e agosto 1980 all'Hotel Ritz di Madrid, una delegazione iraniana per ritardare la consegna degli ostaggi fino al giorno delle elezioni presidenziali, il 20 novembre dello stesso anno.

Nei sondaggi, Reagan era in netto vantaggio sul suo avversario, l'allora presidente Jimmy Carter.

Secondo la Honegger il rischio di una consegna degli ostaggi avrebbe potuto aumentare la popolarità  di Carter (una sorpresa d'ottobre, appunto), il cui team stava negoziando con le autorità  iraniane. In cambio, Casey avrebbe promesso sostanziosi aiuti militari all'Iran.

Anche il settimanale Newsweek e il quotidiano New York Times intrapresero una serie di indagini, portando alla luce alcuni documenti appartenuti allo staff del presidente riguardanti la crisi iraniana del 1979.

Ma diversamente da quanto era successo per lo scandalo Watergate, le indagini delle due testate giornalistiche non incrinarono minimamente la popolarità  di Reagan che, anche dopo il più grave scandalo Iran-Contra, finì i suoi due mandati in un vero e proprio bagno di folla.

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