L'emergenza umanitaria in Somalia

Il triste epilogo di 20 anni di guerra civile

Quasi 3 milioni di somali, 2 milioni di kenioti e 5 milioni di etiopi rischiano di morire di fame. È l'ennesima emergenza umanitaria che si è abbattuta sul Corno d'Africa. La causa pare sia una forte siccità, considerata tra le peggiori degli ultimi 60 anni.

Secondo il Famine Early Warning Systems Network (organizzazione statunitense che si occupa di monitorare le emergenze alimentari a livello globale), dei tre paesi, quello più a rischio è la Somalia, da 20 anni senza un governo effettivo.

Da quando, nel 1991, le fazioni rivali al regime di Siad Barre riuscirono a deporre il dittatore, la nazione è precipitata in una delle guerre civili più sanguinose d'Africa, senza vedere mai uno spiraglio di pace. Non è bastata la Risoluzione ONU 794 del 1992, né i 25.000 soldati americani della missione Restore Hope a dare speranze al popolo somalo, tanto meno i missili lanciati nel 2007 di Geroge W. Bush per stanare i terroristi islamici, o l'arrivo dei caschi blu dell'ONU.

Sulla carta, esisterebbe un governo di transizione guidato dal primo ministro Abdiweli Mohamed Ali, ma di fatto il potere è nelle mani dei cosiddetti "signori della guerra". Nel 2006 diversi gruppi islamici diedero vita a una regione autonoma nel sud chiamata l'Unione delle Corti Islamiche e da lì cominciarono ad avanzare verso Mogadiscio. Il governo centrale, aiutato dalle milizie etiopi, riuscì ad avere la meglio e ricacciare i ribelli dalla capitale.

In seguito alla sconfitta delle Corti, nel 2007 le milizie islamiche si organizzarono in un nuovo gruppo, chiamato Al-Shabaab (conosciuto anche come Movimento di Resistenza Popolare nella Terra delle Due Migrazioni, MRP) e guidato da Ibrahim Haji Jama Mee'aad, il cui scopo è imporre la Sharia (il diritto islamico) e cacciare gli stranieri dal paese.

Da allora, ogni tentativo di accordo tra le diverse fazioni è miseramente fallito. In compenso, 7,5 milioni di somali (il 25% della popolazione) hanno cercato rifugio nelle nazioni confinanti, come il Kenia e l'Etiopia, minacciandone la stabilità politica e le condizioni umanitarie; un milione e mezzo ha trovato rifugio nei campi profughi nel sud e attorno alla capitale; quasi un milione, invece, ha ottenuto asilo all'estero.

Come se non bastasse i numeri dell'attuale crisi umanitaria sono impressionati, nel solo campo profughi di Dadaab in Kenia, arrivano circa mille persone al giorno in cerca di cibo e acqua (agli inizi di giugno, le stime parlavano di 10 mila rifugiati in tutto il paese). Chi non riesce ad attraversare il confine (riaperto per far fronte all'emergenza) si dirige verso la capitale, rischiando di morire negli scontri armati (nonostante la tregue indetta dai militari di Al-Shabaab). La situazione rischia il collasso proprio per l'impossibilità dei soccorritori internazionali di raggiungere le zone più colpite.

In un paese che da vent'anni vive di revenue e di aiuti umanitari, il rischio di catastrofe è altissimo. A giudicare dai numeri, la Somalia sembrerebbe in ripresa: dal 1991 al 2011, la vita media è passata da 46 a 50 anni, il reddito pro capite è quasi triplicato (da 210 dollari a 600) e la mortalità infantile è passata da 116 decessi su mille all'anno a 109. Ma si tratta di cifre fuorvianti. Secondo le Nazione Unite, a partire dal 2007 gli aiuti umanitari (organizzati attraverso il World Food Programme) sono stati intensificati, mentre moltissime persone vivono grazie al denaro inviato dai parenti emigrati all'estero. In realtà, la Somalia non si può nemmeno definire una nazione. Inesistente da un punto di vista economico e amministrativo, somiglia piuttosto a un mosaico, in cui le differenze etnico-religiose non sono altro che pretesti per rivendicare l'autonomia dal governo i Mogadiscio.

Il sud ovest è controllato dagli islamici integralisti di Al-Shabaab, con eccezione di un fazzoletto di terra che comprende la capitale e i territori limitrofi; le regioni centrali sono controllate dal gruppo islamico sufista degli Ahlu Sunna (nel 2010 hanno stabilito un accordo con il governo centrale), a nord di Mogadiscio si estende la regione autonoma del Puntland (che comunque riconosce l'autorità centrale) e, infine, lo stato autonomo del Somaliland. In uno scenario così complesso, l'unica regione a godere di una certa stabilità, economica e politica, è il Somaliland (ex colonia britannica) che, sin dalla deposizione di Siad Barre, dichiarò la propria indipendenza, anche se formalmente non è riconosciuta a livello internazionale.

Il Puntland, invece, è famoso per essere la base di appoggio dei pirati che negli ultimi anni hanno saccheggiato e sequestrato numerose navi che transitavano nell'area (come il rimorchiatore italiano Buccaneer). La totale anarchia che vige nel paese ha fatto sì che i pirati riuscissero a espandere sempre più il loro raggio d'azione (tanto da avvicinarsi alle coste indiane). Del resto, secondo le stime ONU, ogni anno la pirateria somala guadagna oltre 30 milioni di dollari. Eppure, nelle testimonianze raccolte della BBC, prima della caduta di Barre, Mogadiscio emerge come la "più bella città d'Africa". Abdi Said Farah, 45 anni, insegnante, racconta di una città cosmopolita, dove la gente andava al cinema e a teatro. Una vita normale, insomma. Mentre ora non ci sono nemmeno i postini, alle 4 di pomeriggio cala il coprifuoco, e, come testimonia Mohamed Ali, droghiere di 45 anni, l'unica "musica" che si sente è quella dei colpi di mortaio e delle pistole.

[Nell'immagine: La maggior parte delle popolazioni colpite dalla siccità vivono in zone rurali]

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