Salvador Allende

Nel pieno della Guerra Fredda, Washington aveva cercato di opporsi in ogni modo all'ascesa dei partiti di ispirazione marxista, in particolare nei paesi sudamericani. Già Cuba era una spina nel fianco di Washington, e non potevano permettersi di avere un'altra enclave filo-sovietica nel continente. Erano gli anni della guerra in Vietnam, dove venivano impiegati migliaia di Marines per evitare ai combattenti del Fronte Nazionale per la liberazione del Sud (meglio conosciuti come VietCong) di unirsi al Vietnam del Nord, governato dal filo-sovietico Ho Chi Minh.

I tentativi statunitensi di impedire l'ascesa del comunismo in Cile erano cominciati ben prima di Nixon. Già nel 1948, pressato dall'amministrazione Truman, il presidente Videla aveva promulgato la Ley de Defensa de la Democracia (Legge per la difesa della democrazia) che metteva al bando il Partito Comunista. Diversi membri furono rinchiusi nella prigione di Pisagua (che diventerà tristemente famosa sotto la dittatura di Pinochet), mentre altri, come il poeta Pablo Neruda, furono mandati in esilio.

Nel 1970 la coalizione di Unidad Popular (a cui appartenevano tutti i partiti della sinistra cilena, dai socialisti ai radicali) decise di sostenere la candidatura del senatore Salvador Allende. Gli altri candidati alla presidenza erano il conservatore, Jorge Alessandri (figlio dell'ex presidente Arturo Alessandri), e Radomiro Tomic, sostenuto dal partito della Democrazia Cristiana, le cui posizioni erano più vicine alla sinistra che alle forze conservatrici del paese.

Allende non riuscì ad ottenere la maggioranza assoluta (raggiunse solo il 36% dei voti), per cui, in base alla costituzione, il Congresso aveva il compito di nominare il presidente tra quest'ultimo e Jorge Alessandri, il secondo più votato (35%). Gli occhi del mondo erano puntati sul Cile. Ciò che stupiva non era tanto la possibilità di un marxista al potere (c'erano già Fidel Castro e Mao), ma di un marxista eletto democraticamente, senza spargimento di sangue o rivoluzioni.

Oltre alla Casa Bianca, una grossa fetta della popolazione cilena, in particolar modo la borghesia che si era arricchita con il commercio del rame, era preoccupata per l'ascesa al potere dell'Unidad Popular. A spianare la strada di Allende, però, contribuì un evento tragico, quanto misterioso. Il 22 ottobre, poco prima che il Congresso esprimesse la propria decisone, il Generale Schneider, di tendenze progressiste, venne ucciso da un gruppo di destra vicino ad Alessandri. L'evento si rivelò un vero e proprio boomerang: la Democrazia Cristiana di Tomic si rifiutò di allearsi con il partito conservatore e decise di appoggiare Allende.

Prima di nominare il nuovo presidente, però, il Congresso obbligò Allende a firmare uno Statuto di Garanzie Costituzionali, che lo impegnava a non trasformare il Cile in uno stato comunista. Il 3 novembre 1970 Allende si insediava nel palazzo della Moneda. Attraverso la nazionalizzazione delle banche, la riforma agraria, le riforme del sistema sanitario e dell'istruzione, l'espropriazione del capitale straniero (statunitense in primis, in quanto maggiore azionista delle miniere) e la ridistribuzione della ricchezza, il neo presidente voleva realizzare la "via cilena al socialismo".

In una prima fase, le scelte di Allende e del suo ministro dell'economia, Pedro Vuskovic, ebbero degli effetti positivi: la crescita industriale salì al 12%, il PIL al 8,6%, seguito da un declino dell'inflazione (dal 34.9% al 22.1%) e del tasso di disoccupazione (che scese sotto il 4%). Per portare a termine il programma, però, l'amministrazione dovette aumentare in maniera smisurata la spesa pubblica. A partire dal 1972, la crescita economica andò arrestandosi, le importazioni crebbero del 26% (in particolare le importazioni di derrate alimentari raggiunsero il 149%), mentre le esportazioni crollarono al 24%, complici le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dai paesi alleati.

Nell'ottobre del 1972, uno sciopero dei camionisti e dei piccoli commercianti paralizzò il Cile per 24 giorni, costringendo Allende all'impiego delle forze armate. Sul fronte internazionale, Allende strinse rapporti diplomatici con Fidel Castro, facendo sempre più serpeggiare, anche tra i moderati che avevano appoggiato la sua presidenza, il timore che la "via cilena al socialismo" portasse ad una dittatura come quella cubana. Il 29 giugno 1973, il generale Roberto Souper accerchiò la Moneda con 80 militari su dei carri armati e chiese le dimissioni del presidente. Il cosiddetto Golpe dei carri armati (Tanquetazo) fu subito stroncato dal Generale Carlos Prats, all'epoca comandante in capo dell'Esercito e Ministro dell'Interno. Nonostante l'operato brillante, a causa del cosiddetto incidente di Alejandrina Cox la popolarità di Prats restava bassissima.

Due giorni prima del Golpe dei carri armati, il 27 giugno 1973, intorno alle ore 15, il generale Prats si trovava nella sua auto ufficiale, quando una piccola Renault rossa si affiancò e da dentro due persone, (due uomini, come furono descritti da generale), cominciarono ad insultarlo. Prats, in uno scatto d'ira, prese la pistola e intimò all'auto di fermarsi. L'autista della Renault si rifiutò e il generale sparò sul parafango anteriore della macchina. Una volta che l'auto rossa si fermò, il generale scoprì che alla guida c'era una donna, un'aristocratica di nome Alejandrina Cox (siccome aveva i capelli corti, l'aveva scambiata per un uomo).

Non bastarono a nulla le scuse di Prats e la riconciliazione pubblica con la Cox, l'incidente aveva messo in ridicolo uno dei principali esponenti della presidenza Allende. L'opposizione, infatti, lo accusò di codardia, oltre che essere "mentalmente inadatto" al comando, avendo sparato contro una donna disarmata. Il 22 agosto dello stesso anno, le mogli degli ufficiali marciarono verso l'abitazione di Prats chiedendone le dimissioni. Il giorno successivo, Prats si vide costretto a lasciare l'incarico e al suo posto fu nominato il Generale Augusto Pinochet.

Pochi giorni dopo sia la Corte Suprema del Cile che la Camera dei Deputati accusarono Allende di inefficienza e di non aver promulgato gli emendamenti votati dal Parlamento che impedivano il piano di nazionalizzazione delle aziende e chiedevano l'intervento militare per ristabilire l'ordine. Allende, come Prats, seguiva la cosiddetta dottrina Schneider (il generale ucciso prima del suo insediamento), contrario all'intervento dell'esercito nella vita politica, inoltre temeva che affidare il controllo alle forze militari, in particolare ai Carabineros (Carabinieri) potesse essere un rischio per il suo governo. Di fatto i timori di Allende e dei suoi collaboratori erano fondati. Ciò che non si aspettava il presidente, però, era quanto gli fossero avverse le gerarchie militari. Alle 7 di mattina dell'11 settembre 1973, la marina militare invase Valparaíso, cittadina costiera dov'erano dislocate le principali emittenti radio-televisive cilene, impedendo la trasmissione delle notizie su quanto stava accadendo. Il presidente fu messo al corrente dell'assalto, ma ricevette solo informazioni parziali (Pinochet ed altri comandanti dell'esercito non risposero alle sue chiamate), tant'è vero che ai reporter dichiarò di temere per la sorte del Generale, probabilmente caduto prigioniero dei golpisti.

Nel giro di un paio d'ore, i militari controllavano tutto il paese, eccetto il centro di Santiago, dove Allende e i suoi fedelissimi (tra questi, il famoso scrittore Luis Sepúlveda) si erano radunati per resistere (il presidente non intendeva negoziare con gli insorti). Poco dopo che Allende ebbe pronunciato il suo ultimo discorso, Pinochet ordinò un assalto armato alla Moneda, potendo contare sul sostegno dell'aviazione. Alle due e mezza di pomeriggio, dopo una serie di bombardamenti, Allende fu trovato morto nel palazzo presidenziale. All'inizio si pensò che fosse caduto durante i combattimenti, dopo poco la polizia dichiarò che Allende si era tolto la vita per non cadere nelle mani dei golpisti (pare si fosse sparato alle tempie con la pistola regalatagli da Fidel Castro). Due giorni dopo, la Junta militare sciolse il Congresso, dichiarò fuorilegge tutti i partiti dell'Unidad Popolar e nominò Augusto Pinochet nuovo presidente del Cile.

[Nell'immagine: Salvador Allende fu eletto presidente del Cile nel 1970]

L'ultimo discorso di Allende

Alle 9:10 di mattina, poco dopo l'assalto al palazzo della Mondea, Salvador Allende tenne il suo ultimo discorso alla radio. Nelle sue parole sembra condensarsi il pensiero di un'intera generazione che (nel bene e nel male) era convinta di essere dalla parte giusta della storia: "Tienen la fuerza, podrán avasallarnos, pero no se detienen los procesos sociales ni con el crimen... ni con la fuerza. La historia es nuestra y la hacen los pueblos." [Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli].

I diciassette anni di regime di Pinochet

I diciassette anni di regime di Pinochet verranno ricordati per la dura repressione di qualsiasi dissidente, oppositore politico o simpatizzante di sinistra (persino il democristiano Tomic, che aveva appoggiato la nomina di Allende, fu costretto all'esilio). In breve tempo la dittatura di Pinochet divenne spietata: ogni oppositore doveva essere eliminato. In poco più che 20 giorni, tra il 30 settembre e il 22 ottobre 1973, gli squadroni della morte (Caravana de la Muerte) uccisero 97 detenuti. La maggior parte degli oppositori furono portati a Villa Grimaldi, la prigione dove vennero rinchiusi tra il '74 e il '78, più di 5mila persone, e dove almeno ne "scomparvero" circa 240. Nel complesso si stima che i cileni morti o scomparsi (desaparecidos) in quegli anni fossero 3 mila, mentre gli oppositori imprigionati (e spesso torturati) furono circa 30.000. La repressione valicò anche i confini del paese: nel 1974 venne ucciso da un'autobomba insieme alla moglie il Generale Prats, in esilio in Argentina.

Nel 1976 a Washington fu fatto saltare in aria un altro dissidente cileno, Orlando Letelier, in esilio negli Stati Uniti. Una bomba posta sotto il sedile della macchina in cui viaggiava uccise lui e la sua collega dell'Institute for Policy Studies, Ronni Karpen Moffitt. Nelle indagini successive emerse che l'attentato era stato ordito da un certo Michael Townley, agente segreto statunitense assoldato dalla DINA (Dirección Nacional de Inteligencia) i servizi segreti di Pinochet (anche se quest'ultimo non fu mai accusato di essere il reale mandante).

Nel 1992, durante un'indagine in una stazione di polizia di Asunción, il giudice paraguaiano José Augustín Fernández scoprì archivi dettagliati che descrivevano la sorte di migliaia di sudamericani segretamente rapiti, torturati ed assassinati tra gli anni settanta e ottanta dalle forze armate e dai servizi segreti di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile. Si trattava dell'Operazione Condor, lanciata nel 1974 dagli Stati Uniti, con il sostegno dei regimi sudamericani, per impedire a qualsiasi formazione militare di ispirazione comunista e marxista di rovesciare i governi "amici" di Washington (tra le vittime "illustri" anche l'ex presidente boliviano Juan José Torres, assassinato a Buenos Aires nel 1976 e nel 1975 l'ufficiale delle Nazioni Unite spagnolo Carmelo Soria).

Nixon e Pinochet

Sotto la presidenza di Bill Clinton, vennero declassati e resi pubblici molti dei documenti CIA in cui si faceva riferimento ai piani di Washington per impedire l'elezione di Allende (l'operazione conosciuta come Track I), e per sostenere il colpo di stato di Pinochet (Track II o Project FUBELT). Anche se non è mai stata dimostrata la diretta partecipazione del presidente Nixon, l'appoggio statunitense al golpe di Pinochet risulta evidente. Uno dei nomi che più spesso compare nelle carte della CIA è quello del segretario di stato Henry Kissinger (accusato nel 2001 di aver ordinato l'omicidio del Generale Schneider, anche se non è mai comparso in tribunale).

In una conversazione con il presidente Nixon, il 16 settembre 1973 Kissinger ammetteva: "We didn't do it. I mean we helped them. [...] created the conditions as great as possible" (Non l'abbiamo fatto noi. Intendo dire che li abbiamo aiutati [...] abbiamo creato le migliori condizioni possibili"). Del resto, la presidenza Nixon verrà ricordata per l'uso spregiudicato dei servizi segreti, come nel caso dello scandalo Watergate.

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