Erasmus e Nobel per la Pace

La strada dell'integrazione come risposta alla crisi ecomica

La notizia è di qualche giorno fa: l'Accademia di Svezia ha assegnato il Nobel per la pace all'Unione Europea. Tra polemiche e plausi, c'è chi ha fatto una proposta singolare: devolvere il premio (circa un milione di euro) al programma Erasmus. Il famoso programma di scambi universitari, infatti, è a rischio. Nella profonda crisi in cui è piombata l'eurozona, i tagli si sono abbattuti anche sul programma che dalla sua nascita, 25 anni fa, ha fatto viaggiare 2 milioni e mezzo di giovani europei.

Il Commissario Ue per la programmazione finanziaria e il bilancio, il polacco Janusz Lewandowski ha fatto sapere che, almeno per il 2012, il programma sarà ancora attivo, ma non è chiaro cosa succederà per il prossimo anno. Certo, il milione di euro messi a disposizione dalla Corona svedese non riuscirà a coprire i costi dell'Erasmus (per il 2012 si parla di 90 milioni di fatture emesse dalle istituzioni universitarie che vi partecipano), ma si tratterebbe di un gesto simbolico molto importante.

Umberto Eco, qualche tempo fa, aveva detto che l'Erasmus "ha dato vita alla prima generazione di giovani europei". In effetti, la possibilità di poter vivere in un altro paese per un periodo che va dai 6 mesi ad un anno, non solo offre l'opportunità di fare un'esperienza irripetibile (in molti casi si tratta del periodo più bello della carriera universitaria), di imparare un'altra lingua e di entrare in contatto con una realtà diversa dalla nostra, ma nel corso degli anni, il programma Erasmus è diventato il principale strumento di integrazione tra i cittadini dell'unione. La proposta di devolvere i soldi del premio al programma Erasmus viene dal giornalista del britannico Guardian, Philip Oltermann:

"Molte persone partite con questo programma non hanno più fatto ritorno. Tedeschi che si sono innamorati di spagnole, greche che hanno sposato francesi, polacchi che hanno avuto figli da madri portoghesi. […] Dal mio punto di vista, è inimmaginabile che questi genitori e i loro figli riescano ad ascoltare un demagogo nazionalista che istiga alla guerra senza aprire bocca. Di sicuro si farebbero sentire. Ciò che più conta è che alcuni di loro verosimilmente entro i prossimi venti anni diventeranno personaggi di spicco nell’informazione, nelle imprese e penseranno oltre i propri confini nazionali. Se la crisi della zona euro può essere superata -e sottolineo “se”- ci saranno buone probabilità che a essa faccia seguito un periodo di pace tanto lungo da far sfigurare quello di 67 anni appena trascorso."

Insomma, in risposta ai liberal, che vedono l'integrazione come un aspetto collaterale alla libera circolazione di merci, la posizione di Oltermann insiste sulla necessità di creare una vera è propria cittadinanza europea, in grado di fronteggiare le sfide che attendono l'Unione (le quali paiono piuttosto "impegnative") in maniera compatta.

Per avere un'idea dell'impatto antropologico e sociale dell'Erasmus, consigliamo la tesi di Simone Lamanna:

Giovani in mobilità. Antropologia dell'Erasmus

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